mercoledì , 17 Giugno 2026

Hokusai a Palazzo Bonaparte: a Roma il mondo fluttuante del “vecchio pazzo per la pittura”

"Veduta del Monte Fuji dalla tenuta Umezawa nella provincia di Sagami". Dalla serie "Trentasei vedute del Monte Fuji". Inizio 1831. Formato oban yokoe, xilografia su carta. Museo Nazionale di Cracovia.

Hokusai, il grande maestro dell’arte giapponese – Dalla Collezione del Museo Nazionale di Cracovia”, visitabile ancora fino al 29 giugno 2026 a Palazzo Bonaparte, a Roma, è la più grande esposizione mai dedicata in Italia a Katsushika Hokusai. A comporre l’ambiziosa monografica sono oltre 200 opere, provenienti dalla collezione del Museo Nazionale di Cracovia, esposte per la prima volta nel nostro Paese. Non una retrospettiva celebrativa, ma un percorso che restituisce alla sua complessità uno degli artisti più influenti della Storia universale.

La collezione che la compone apparteneva a Feliks Jasieński, raffinato intellettuale polacco soprannominato “Manggha” (nome legato al mondo dei Manga di Hokusai e alla sua fascinazione per il disegno come repertorio inesauribile di forme). Jasieński fu tra i primi in Europa a riconoscere nell’arte giapponese una tradizione di altissima qualità tecnica e immaginativa.

La sua passione si concentrò in particolare su Hokusai, di cui raccolse un insieme straordinario di xilografie, spesso cercando più stampe dello stesso foglio per cogliere le più sottili differenze di colore, carta e stampa. Nel 1920 donò la sua intera collezione – composta da ben 18mila oggetti – al Museo Nazionale di Cracovia. Un gesto privato, trasformato in patrimonio pubblico, che ha permesso, tra le altre cose, la realizzazione della ricchissima esposizione romana.

L’uomo oltre l’artista

Ad accogliere il visitatore è innanzitutto un breve documentario: pochi minuti di immagini e voce che raccontano l’intera vita di Hokusai (1760-1849): la povertà, i numerosi cambi di nome, l’ossessione per il disegno, la figlia Ōi – artista a sua volta – sempre accanto negli ultimi anni. È una scelta efficace, perché quando si entra nella prima sala ci si porta dietro qualcosa in più rispetto al mero contenuto di un pannello descrittivo; si ha l’impressione di aver colto qualcosa dell’uomo oltre l’artista.

Hokusai nacque nel distretto di Honjo, a Edo, l’odierna Tokyo. La sua infanzia è in parte avvolta nell’incertezza: persino il cognome originario potrebbe essere stato diverso da quello con cui è passato alla Storia. A 14 anni cominciò l’apprendistato come intagliatore di matrici xilografiche; a 18 entrò nella scuola di Katsukawa Shunshō, uno dei maestri più celebri del suo tempo, e da quel momento non si fermò più.

La mostra dedica anche una parete rivelatrice alla timeline della sua vita. Nel 1836-38 attraversò una fase di grave povertà arrivando a vendere i propri disegni per strada. Nel 1839 un incendio distrusse la sua casa e molte delle opere che aveva accumulato negli anni. Si salvò portando con sé soltanto i pennelli. Eppure, continuò. Negli ultimi anni si definiva “il vecchio pazzo per la pittura” e produceva ancora, con una creatività apparentemente inesauribile, affiancato dalla figlia Ōi. Morì nel 1849, e le fonti gli attribuiscono come ultime parole il desiderio di disporre ancora di 10 anni – volendo anche solo di cinque – per diventare un vero artista.

La tensione tra la vita dura e la grandezza dell’opera di Hokusai, ma anche tra la sua umiltà d’animo e la ricchezza del segno, è il filo conduttore più significativo dell’intera esposizione. La citazione che segue, che campeggia su una parete, la sintetizza meglio di qualsiasi commento critico.

“Nessuno dei miei lavori realizzati prima dei 70 anni è davvero degno di nota. È solo dall’età di 73 anni che ho finalmente compreso le vere forme degli animali, degli insetti e dei pesci, e la natura delle piante e degli alberi. Di conseguenza, all’età di 86 anni avrò fatto sempre più progressi e a 90 anni mi sarò avvicinato ancora di più all’essenza dell’arte. All’età di 100 anni avrò raggiunto un livello magnifico e a 110 ogni punto e ogni linea saranno vivi.” (Dall’opera illustrata “Cento vedute del Monte Fuji“, 1834).

Parole che fanno quasi sorridere, e commuovere, perché vengono da un uomo che aveva già cambiato per sempre la Storia dell’arte.

Il mondo fluttuante

Nella prima sala troviamo la scultura di un drago – opera di Kimura Tōun – che introduce il percorso sotto questo segno. Non è una scelta decorativa. Nato nell’anno del Drago, Hokusai se ne compiacque per tutta la vita: nella cultura giapponese, infatti, il drago è legato all’acqua, al cielo, alla trasformazione, all’energia capace di dominare il caos e rigenerarsi. Qualità che la sua vicenda artistica incarna con straordinaria coerenza: indipendenza, ostinazione, libertà rispetto alle convenzioni. Uno dei suoi ultimi disegni noti raffigura proprio un drago che dal Monte Fuji sale in cielo.

Per capire Hokusai bisogna capire il “Periodo Edo” (1603-1868), quasi tre secoli di pace che trasformarono il Giappone e soprattutto le sue città. Edo conobbe un’evoluzione notevole, da piccolo villaggio di pescatori fino a raggiungere il milione di abitanti. Il ceto mercantile, a lungo disprezzato dalla gerarchia sociale tradizionale, acquisì ricchezza e influenza, elaborando un gusto nuovo, orientato verso il piacere dell’attimo e le mode fugaci.

Da questo clima culturale nacque il concetto di ukiyo, ovvero “mondo fluttuante”, e, accanto a esso, l’ukiyo-e, la stampa su legno come grande linguaggio visivo dell’epoca moderna, accessibile, prodotta in serie e capace, quindi, di diffondersi in tutta la società.

I tanti nomi di Hokusai: una vita in trasformazione

Uno dei pannelli più curiosi della mostra è quello dedicato ai nomi dell’artista – almeno sei nel corso della vita, ognuno corrispondente a una svolta nella sua ricerca. Con Shunrō (1779-1794) realizzava ritratti di attori di teatro e lottatori di sumo. Con Sōri e poi Hokusai (1795-1813) maturò il suo stile, si aprì alle influenze dell’arte europea e cominciò a sperimentare il motivo dell’onda. Con Taito e Iitsu (1814-1829) dominò la stagione degli album illustrati e avviò i celebri Manga. Con Manji (1840-1849), negli ultimi anni, si dedicò soprattutto alla pittura, senza mai cedere alla stanchezza.

Cambiare nome, per Hokusai, non era un vezzo, ma un vero e proprio metodo: ogni firma nuova segnava una direzione diversa e una maniera di ricominciare. Nella stessa logica si inscrive l’autoritratto nei panni di un pescatore, in cui Hokusai sceglie di rappresentarsi in abiti umili anziché da maestro.

Si tratta di un surimono, una stampa di alta qualità, non destinata alla vendita, ma alla circolazione in ambienti ristretti – circoli poetici, committenze private o occasioni celebrative. Realizzato con carta pregiata, rilievi a secco e interventi metallici, era un oggetto di grande raffinatezza tecnica. In questo caso vi compare anche una poesia della figlia Ōi, firmata con il gioco di parole “Ei” (“alticcia” o “non del tutto sobria”). Un momento di leggerezza familiare, raro e prezioso, nel mezzo di un’opera monumentale.

“Autoritratto nei panni di un pescatore”. Ca. 1825. Xilografia con dorature e argentature su carta (surimono). Museo Nazionale di Cracovia.

Le grandi serie: paesaggi, acqua, ponti, fantasmi

Il percorso espositivo non segue un ordine cronologico rigido – scelta voluta dalla curatrice Beata Romanowicz – perché l’arte giapponese organizza il pensiero per categorie tematiche e lascia che sia il soggetto a guidare lo sguardo.

La serie delle Cinquantatré stazioni della via del Tōkaidō porta il visitatore lungo la strada che collegava Edo a Kyoto. Le stampe funzionano come guide illustrate di un mondo in movimento: mercanti che misurano tessuti, venditori di pesce fresco, viandanti carichi di bagagli, soste e attese.

“Fermata Oiso. Due donne e un ragazzo accanto a un masso”. Dalla serie “Cinquantatré fermate del Tokaido”. 1804. Xilografia su carta. Museo Nazionale di Cracovia.

Il Monte Fuji domina spesso sullo sfondo, punto di riferimento geografico e spirituale insieme. L’opera “Luoghi famosi sulla via del Tōkaidō”, una veduta dall’alto, leggermente inclinata – secondo una tecnica di tradizione giapponese portata da Hokusai su scala inedita – dispone su un unico foglio l’intero territorio tra le due capitali, con Kyoto segnata da un cartiglio colorato in alto a destra ed Edo in basso, mentre in alto a sinistra appare un sole nascente, oggi reso più scuro dall’azione del tempo sui pigmenti.

“Luoghi famosi sulla via del Tōkaidō”. Museo Nazionale di Cracovia.

La serie delle cascate – Osservazione delle cascate nelle varie province – è una delle più intense della mostra. L’acqua è energia pura: si frantuma in nebbia, scende come lama, si apre a ventaglio. Figure umane minute si fermano a guardare ammirate o salgono scalinate scavate nella roccia. La precisione del segno non spegne il movimento – lo rende leggibile, quasi tangibile. Davanti a queste stampe si impara a misurare la forza degli elementi.

“Cascata Kirifuri nelle montagne di Nikko nella provincia di Shimotsuke”. Dalla serie “Osservazione delle cascate nelle varie province”. Inizio 1833. Formato oban, xilografia su carta. Museo nazionale di Cracovia.

Tra le opere più curiose e meno note, la Veduta dei cento ponti colpisce per la storia che la accompagna: Hokusai riferì che l’immagine gli era apparsa nella mente improvvisamente, “come dalla nebbia”, mentre era assorto in meditazione.

I ponti raffigurati sono in realtà 50, 100 è un numero-simbolo, un’idea di molteplicità e di rete che struttura lo spazio. L’opera ha la qualità di una mappa immaginata, piena di vita e di dettagli.

“Veduta dei cento ponti”. Ca. 1823. Formato oban, xilografia su carta. Museo Nazionale di Cracovia.

La sezione dedicata a Fantasmi e apparizioni offre un Hokusai inaspettato. Il kaidan, nella tradizione giapponese, non è un genere marginale: è il luogo in cui prendono forma paure profonde, colpe, vendette e presenze che non trovano pace. Hokusai vi si avventura con straordinaria libertà inventiva nella serie Hyaku monogatari (Cento racconti), di cui le stampe note sono solo cinque, un nucleo esiguo e per questo ancora più prezioso.

La gelosia feroce di Hannya, il volto postumo di Oiwa che affiora da una lanterna infranta, il fantasma della serva Sarayashiki che si leva dal pozzo in forma di piatti spezzati: tutte immagini in cui Hokusai non insiste sull’orrore, ma cerca una tensione più sottile, affidata alla metamorfosi e all’allusione. Il fantasma non irrompe come spavento: porta con sé un racconto, un senso di colpa o una memoria che ritorna.

“Palazzo di porcellana”. Dalla serie “Racconti dai cento ceri”. 1833 prima edizione, xilografia su carta. Museo Nazionale di Cracovia.

Le Trentasei vedute del Monte Fuji occupano il cuore della mostra. Per i giapponesi il Fuji è più di una montagna: è una presenza sacra, un punto di riferimento che orienta lo sguardo e dà proporzione allo spazio. Hokusai lo osservò per anni e, quando finalmente realizzò la serie, non produsse un’immagine emblematica, ma un intero sistema di vedute. La montagna appare in ore e stagioni diverse: mare agitato e quiete, albe limpide, temporali, neve. La si vede incorniciata da ponti e cancelli, da alberi e banchine, vista oltre tetti, argini, risaie e canali.

“Tempesta sul pendio della montagna”. Dalla serie “Trentasei vedute del Monte Fuji”. Fine 1831. Formato oban yokoe, xilografia su carta. Museo Nazionale di Cracovia.

La grande onda di Kanagawa, invece, occupa una sala a sé: l’ambiente è scuro e tutto intorno all’opera un portale di luce la isola e la esalta. È una delle immagini più riconoscibili della Storia dell’arte mondiale. Vale la pena fermarsi ad attendere che si apra un varco nella calca di visitatori per apprezzarne meglio i particolari.

La scena si apre su un mare in tempesta costruito per onde successive: un gruppo in basso si infrange in primo piano, mentre la massa principale si innalza come un arco pronto a ricadere sulle barche. A destra, ondulazioni irregolari prolungano l’instabilità dell’acqua. In lontananza, il Monte Fuji resta fermo, quasi impassibile, quale controparte silenziosa della violenza del mare. Eppure, proprio in questo contrasto nasce una corrispondenza sottile: il profilo del monte ritorna nell’onda in basso a destra, nella stessa gamma di blu e di bianco, come se l’acqua assumesse i colori della montagna e la schiuma rispondesse alla neve. Quiete e tempesta non si oppongono soltanto: si richiamano. Dentro questa tensione, la presenza umana non scompare affatto: le barche avanzano serrate, i pescatori sono compresi nel gesto del lavoro, in loro non c’è eroismo, ma necessità di andare avanti.

La mostra dedica ampio spazio anche alle ispirazioni letterarie di Hokusai, in particolare all’Ogura Hyakunin Isshu Cento poeti, una poesia ciascuno, antologia compilata nel XIII secolo che divenne nel periodo Edo un repertorio condiviso, base di un raffinato gioco di società. Hokusai non si limitò a illustrare i testi, bensì li interpretò, trasformandoli in racconto visivo.

Accanto al verso compaiono episodi storici, leggende e scene di intensa concentrazione narrativa. La calligrafia, in queste opere, è centrale: guida la lettura, determina l’equilibrio visivo ed entra nello spazio come una presenza viva, dotata di forma, peso e movimento.

Poesia del cortigiano Abe-no Nakamaro. Dalla serie “Cento poesie di cento poeti illustrate secondo le spiegazioni della balia”. 1830-1841. Formato oban yokoe, xilografia su carta. Museo Nazionale di Cracovia.

La bottega: un’arte collettiva

La mostra si preoccupa anche di spiegare come le xilografie venissero prodotte. La creazione di una stampa era un’impresa collettiva: c’era l’eshi, l’artista, che ideava il soggetto e realizzava il disegno preparatorio; l’horishi, l’intagliatore, che trasferiva il disegno su blocchi di legno di ciliegio seguendo ogni tratto del pennello; il surishi, lo stampatore, che applicava i pigmenti a base d’acqua mescolati con pasta di amido di riso, usando pennelli morbidi chiamati marubake e un disco manuale – il baren – per trasferire l’immagine sulla carta; e infine l’hanmoto, l’editore che finanziava, promuoveva e distribuiva le opere. Per le stampe a più colori era necessaria una matrice separata per ogni colore, fino a un massimo di 10.

A rendere la teoria nettamente più concreta sono alcune “esperienze tattili” di cui è possibile fruire durante l’esposizione. Ad esempio, i visitatori hanno l’occasione di toccare con mano le matrici originali in legno di ciliegio e il washi, la carta giapponese fatta a mano dalla corteccia interna dei germogli di gelso – resistente, luminosa, capace di accogliere molti strati di colore e di conservarsi per oltre mille anni, tanto da essere dichiarata nel 2014 Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Sentire sotto le dita quella texture, così diversa da qualsiasi carta nota a noi occidentali, cambia anche il modo in cui guardare alle stampe appese alle pareti.

Esperienza tattile per esplorare la consistenza della carta washi

Felice Beato e lo sguardo italiano sul Giappone

Un ulteriore, sorprendente capitolo della mostra è la sezione dedicata a Felice Beato (1832-1909), fotografo italiano, tra i più importanti del XIX secolo, pioniere della fotografia di guerra e di viaggio.

Stabilitosi a Yokohama, Beato contribuì a diffondere l’immagine del Giappone in Occidente attraverso ritratti, paesaggi e scene di vita quotidiana. La mostra gli dedica un breve docufilm che è anche l’occasione per apprezzarne l’opera: fotografie in bianco e nero che per composizione, attenzione al dettaglio e sensibilità al paesaggio ricordano da vicino le xilografie di Hokusai.

Non è una coincidenza: Beato usava la tecnica della colorazione a mano delle fotografie, affidata ad artisti giapponesi, unendo così l’innovazione tecnologica della fotografia alla tradizione delle stampe. I due artisti non si conobbero mai, eppure il dialogo proposto tra i due linguaggi è uno dei momenti più riusciti della mostra.

Gli oggetti e il contesto materiale

Disseminati lungo il percorso, gli oggetti della cultura giapponese di età Edo arricchiscono la visita riportandola a una dimensione concreta. Kimono, obi, ciabattine, pipe da tabacco (kiseru), astuccini per pennello e inchiostro (yatate), pettini in legno laccato, armature da samurai con i loro elmetti elaborati, strumenti musicali, vasi in ceramica e bronzo: tutto questo è parte integrante della storia che la mostra racconta. Le ceramiche e i bronzi, in particolare, condividono con l’arte di Hokusai l’attenzione alla forma, alla superficie e alla precisione dello sguardo che trasforma la materia in stile.

Perché visitare Hokusai, il grande maestro dell’arte giapponese

Uscire da Palazzo Bonaparte con una conoscenza più profonda – di Hokusai, del Giappone Edo, del “mondo fluttuante”, di che cosa significhi trasformare la natura in segno – è inevitabile.

La mostra è pensata con cura: il percorso alterna grandi serie iconiche a sezioni più intime e sorprendenti, gli oggetti contestuali ampliano il campo senza distrarre dalle opere. E i punti interattivi ricordano che l’arte di Hokusai non era un fatto astratto, ma il risultato di un processo artigianale e collettivo.

Per chi conosce già l’artista è sicuramente l’occasione di scoprirne sfumature complesse. Per chi lo scopre adesso, questa mostra rappresenta un inizio difficile da dimenticare. In generale, “Hokusai, il grande maestro dell’arte giapponese” ci chiede di rallentare e di guardare meglio, di soffermarci davanti a un’immagine il tempo necessario a capirla davvero – il che, in un’epoca di immagini che scorrono troppo in fretta, non è affatto poco.

“Hokusai, il grande maestro dell’arte giapponese – Dalla Collezione del Museo Nazionale di Cracovia”
c/o Palazzo Bonaparte, Piazza Venezia 5, Roma.
Dal 27 marzo al 29 giugno 2026.
Lunedì-giovedì 9.00-19.30; venerdì-domenica 9.00-21.00.
Biglietto intero 17 euro, ridotto 16 euro, open 19 euro.

About Sabrina Colandrea

Giornalista professionista materana, classe 1986, ho vissuto, studiato e lavorato a Pisa, Genova, Torino, Frosinone e Roma. Dal 2013 ho scritto soprattutto di cultura, arte e spettacolo per Mentelocale, La Repubblica Torino, Uncò Mag, Goa Magazine, Il Quotidiano della Basilicata. Ho all’attivo una lunga serie di stage (degni di nota e zuppi di sudore i mesi a Rainews24 e quelli trascorsi nell’ufficio Stampa e Relazioni esterne dell’Università di Torino). Dopo un’esperienza nella redazione del talk show “Avanti il prossimo” su TV2000, ho lavorato come addetta stampa e videomaker freelance per emittenti tv, festival e associazioni culturali. Dal 2019 in forze nella redazione della web radio Activa, dal 2022 ne dirigo la testata giornalistica Radio Activa Plus. Con Canale Arte torno al mio primo amore, la parola scritta.

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