Nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria, dal 2 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027, la pittura del Novecento si svela attraverso il suo fulcro generativo più intimo e vitale: lo studio dell’artista. Con l’esposizione Atelier dei Moderni. Matisse, Braque, Picasso, Bacon, il percorso accoglie circa sessanta capolavori che ripercorrono la parabola artistica del ventesimo secolo, sottraendosi a una narrazione lineare per addentrarsi nella complessità di visioni, scambi e fratture stilistiche.
L’atelier non è inteso qui come una semplice stanza di lavoro, ma come un’estensione organica del gesto pittorico, uno spazio di sperimentazione, dialogo e confronto serrato tra maestri. Lungo sedici sezioni, la mostra esplora la nascita e lo sviluppo dei movimenti d’avanguardia a partire dai loro presupposti formativi. L’eredità di pionieri come Degas, Cézanne e Toulouse-Lautrec trova un’eco immediata nel rigore compositivo di Suzanne Valadon. Nel suo doppio ritratto Marie Coca e sua figlia Gilberte, dipinto nel 1913, la solidità della linea e l’accentuazione prospettica del pavimento proiettano le figure verso chi osserva, mentre l’omaggio a Degas sullo sfondo suggella una continuità di sguardi.

Poco più avanti, la superficie pittorica comincia a sfaldarsi. Nel paesaggio portuale di Albert Marquet del 1912, la veduta si riduce a un’essenzialità quasi rarefatta, scandita da campiture smorzate e tratti sintetici. Ma è con la ricerca congiunta di Georges Braque e Pablo Picasso che la rappresentazione tradizionale dell’oggetto implode definitivamente. Nell’opera Violino, realizzata da Braque nel 1911, entriamo nel cuore del Cubismo analitico: lo spazio è frammentato, la tavolozza si azzera nei toni austeri dell’ocra, del grigio e del bruno, e dello strumento musicale rimangono soltanto indizi strutturali — la voluta, le corde, le fasce — che costringono l’occhio a ricomporre la forma sul piano concettuale.

Il viaggio prosegue attraverso l’autonomia della luce e del colore. Con Édouard Vuillard la natura morta si moltiplica nei giochi di riflessi di uno specchio, mentre nel Ritmo di Robert Delaunay del 1934 la pittura orfica abbandona ogni residuo figurativo. Ispirandosi alla modernità urbana e alle teorie cromatiche di Chevreul, Delaunay orchestra una dinamica successione di archi e cerchi concentrici che vibrano nello spazio come onde in espansione. Accanto a lui, la dimensione interiore e spirituale riemerge con forza nella Testa di donna di Alexej von Jawlensky del 1923, dove l’intensità delle icone e la stilizzazione del volto trasformano il ritratto in una presenza quasi ipnotica.

Il percorso attraversa anche le fratture della storia. Nella Parigi occupata del 1943, Picasso dipinge La credenza del Catalan, caricando un interno quotidiano di spigolosità cubiste e tensioni silenziose. Il secondo dopoguerra apre quindi a nuovi linguaggi: dall’astrazione alla materia informale di Jean Fautrier e Antoni Tàpies, dall’esplorazione della luce nel nero di Pierre Soulages fino alla tensione carnale e feroce di Francis Bacon. Nel suo Studio per una corrida n. 2 del 1969, Bacon riduce l’arena a un perimetro circolare essenziale; torero e toro si fondono in un corpo a corpo violento, risolto in tonalità sorde di bruno e malva, dove la figura umana confina costantemente con l’animalità.

Il percorso giunge al suo culmine ideale rimettendo in scena l’atelier stesso, come avviene nei toni caldi e luminosi di Raoul Dufy, e soprattutto nella ricerca tardiva di Henri Matisse. Nella celebre tela del 1951, Katia con la camicia gialla, il maestro francese distilla decenni di pittura in un gesto di straordinaria libertà. Il giallo acceso e il blu definiscono una figura nuda il cui volto resta privo di lineamenti individuali: una sintesi radicale tra astrazione decorativa e persistenza della presenza umana, nata nell’intimità del suo studio.
È questo il racconto che si snoda a Venaria Reale: una ricognizione rigorosa su come lo spazio chiuso dell’atelier abbia saputo ridefinire, pennellata dopo pennellata, i confini visivi del mondo moderno.
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