C’è un luogo dell’anima che sopravvive a ogni esilio, a ogni guerra, a ogni sradicamento. Per Marc Chagall, quel luogo si chiamava Vitebsk. Dal 13 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, gli spazi dell’Ex Chiesa di San Marco, nota come Spazio ARCA, a Vercelli, accolgono il mondo interiore di uno dei maestri più profondi e inconfondibili del Novecento. La mostra, intitolata semplicemente “Chagall”, non è soltanto un’esposizione di sessanta opere, ma un viaggio lungo oltre mezzo secolo di pittura, dove la perdita diventa immagine e la memoria si fa materia viva. Non c’è traccia di clamore in queste tele, ma la cruda e poetica realtà di un uomo che ha attraversato la rivoluzione, due guerre mondiali e l’esilio, portando con sé un unico bagaglio inalienabile: la propria identità e i propri ricordi.
La prima tappa di questo percorso visivo esplora “Il villaggio interiore”. Chagall lasciò la sua Russia per non farvi più ritorno. La sua Vitebsk, con le tipiche case di legno, le chiese, i mestieri della comunità ebraica e gli animali da cortile, fu devastata durante l’occupazione tedesca. Eppure, nelle sue tele, quel mondo non è mai stato distrutto. Non lo dipinge con lo sguardo passivo della nostalgia, ma come un organismo vivo che cresce e muta insieme a lui. Osservando opere come “Villaggio russo” del 1929, vediamo strade innevate che si fondono con cieli solcati da slitte trainate da buoi. La gravità scompare. Sessant’anni dopo la sua partenza, nelle tele più tarde, troviamo ancora carretti in volo e nozze celebrate sotto il baldacchino tradizionale. È un paese in cui Chagall dichiarava di poter entrare senza passaporto. La leggerezza dei corpi fluttuanti non è una fuga dalla realtà, ma una resistenza ostinata contro l’oblio.

Ma Chagall non aveva solo i pennelli per dare forma al suo universo. C’è una voce che resta, segreta e costante, che attraversa tutta la sua esistenza. Per l’intera vita scrisse poesie in russo e in yiddish, tenendole quasi sempre per sé. È solo nel 1968, a ottant’anni, che accetta di pubblicarne una selezione, intitolata “Poèmes”. Il percorso espositivo svela questo tesoro intimo attraverso ventiquattro xilografie a colori. È un lavoro di grande precisione tecnica, realizzato nell’atelier parigino di Lacourière et Frélaut, che ha richiesto l’incisione di 138 legni, uno per ogni colore, e oltre quarantamila passaggi al torchio. Qui, il segno si fa netto e il colore si stende a campiture. I temi sono gli stessi dei dipinti: gli amanti, il circo, i fiori, il villaggio. Chagall dimostra di non avere due mondi separati tra parola e pittura, ma un’unica visione raccontata con due linguaggi, in un dialogo in cui l’inchiostro incontra la fibra del legno.
Questo dialogo ci porta alla terza fase, “La scena dell’umano”. La pittura di Chagall indaga la complessità dell’individuo, accettandone le contraddizioni. Per l’artista, una persona non si esaurisce mai in un solo volto. Ecco allora i ritratti che si sdoppiano e si sovrappongono. Nel “Doppio autoritratto con cespuglio bianco” del 1978, due profili verdi guardano in direzioni opposte, sullo sfondo delle eterne case di Vitebsk. L’uomo si vede immobile e in cammino allo stesso tempo. Questa dualità trova la sua espressione metaforica più forte nel circo. In opere come “Il clown dal volto verde”, del 1975 circa, la maschera variopinta e l’allegria della pista celano la fatica, la malinconia e il dolore dell’esibizione. Il circo diventa il teatro dell’esistenza umana, dove l’artista cerca l’uomo dietro il personaggio, riconoscendo una fragilità profondamente condivisa.

E poi, c’è il miracolo della rinascita, che nella poetica di Chagall prende la forma dei fiori. I primi bouquet gli furono donati da Bella, il grande amore della sua vita, durante gli anni a Vitebsk. Da quel momento, il mazzo di fiori recisi diventa un codice complesso. È il segno inequivocabile dell’amore. In dipinti come il “Grande mazzo di fiori rosso”, i colori intensi e le proporzioni monumentali si impongono sulla scena. Ma un vaso che raccoglie fiori recisi, fiori senza radici, richiama inevitabilmente l’esperienza dello sradicamento dalla propria terra. È l’emblema dell’esilio e della caducità. Eppure, attraverso l’olio, la gouache, l’acquerello e il pastello, Chagall sottrae questi elementi al loro ciclo naturale. I fiori galleggiano, entrano nello spazio degli innamorati, dissolvono i propri contorni e diventano la promessa di poter sempre rifiorire, restituendo l’artista alla vita.
Il percorso all’interno dello Spazio ARCA si arricchisce infine di un contrappunto visivo potente. Lungo le sale si incontrano opere di pittori italiani attivi tra la fine degli anni Venti e gli anni Quaranta, provenienti dalla Collezione Giuseppe Iannaccone. Artisti come Scipione, Fausto Pirandello, Renato Birolli, Antonietta Raphaël e Italo Valenti. In anni in cui la cultura ufficiale imponeva il “Ritorno all’ordine”, esaltando la figura monumentale e l’uomo eroico, questi autori scelsero la via opposta. Cercarono una pittura emotiva, fragile, dominata dal sentimento e dalla libertà interiore. Che si tratti dei pittori della Scuola Romana o di quelli cresciuti intorno a Corrente a Milano, non c’è derivazione stilistica da Chagall in queste tele, ma una profonda affinità d’intenti. Condividono la stessa necessità, vitale nell’Europa buia del Novecento, di trasformare il reale in esperienza interiore e di affidare al colore il compito di preservare la dimensione umana.

La mostra “Chagall”, aperta fino al 29 marzo 2027 allo Spazio ARCA di Vercelli, supera la semplice retrospettiva. È un documento visivo sulla sopravvivenza della bellezza e dell’identità. Davanti a queste tele capiamo che il passato, per l’artista di Vitebsk, non è mai stato un rimpianto sterile, ma una materia viva da plasmare costantemente. In un’epoca segnata ancora da crisi storiche, la pittura di Marc Chagall ci dimostra che il dolore e la perdita possono, contro ogni logica, farsi immagine, memoria e, infine, poesia.
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