mercoledì , 21 Ottobre 2026

“Non sempre si muore”: la mostra su Andrea Pazienza al MAXXI di Roma fino al 18 ottobre 2026

“Guardo quel ragazzo. Ha i capelli lunghi e sporchi, la barba ispida e i blue jeans pieni di macchie e rattoppati. Non c’è bisogno di essere indovini per capire che quel ragazzo è drogato.” È una delle prime cose che può capitarvi di leggere entrando a Non sempre si muore, la mostra che il MAXXI di Roma dedica ad Andrea Pazienza, aperta fino al 18 ottobre 2026.

La frase è proiettata sul muro, nello stile inconfondibile di Paz, quel lettering tondeggiante e nervoso che sembra disegnato di getto e invece è una firma, precisa come un sigillo. Non una tavola, non una didascalia biografica, una voce tratta da Gli ultimi giorni di Pompeo, ma non è Pompeo che parla, è Pazienza che guarda sé stesso da fuori, con quella lucidità spietata e quasi comica che è uno dei tratti più riconoscibili della sua scrittura. Il museo ha scelto di cominciare così, ed è la scelta giusta.

Il titolo della mostra viene da un’intervista rilasciata dall’autore a Clive Griffiths nel 1988, pochi mesi prima di morire. Va inteso – spiega il testo curatoriale – come un attestato di vitalità: Pazienza continua a vivere nei capolavori che non tramontano, nei fogli inediti che incessantemente riemergono, nello sguardo lucido con cui ha attraversato il suo tempo e immaginato il futuro che abitiamo. È una dichiarazione ambiziosa, ma la mostra la sostiene passo dopo passo, sala dopo sala, con la solidità di chi ha costruito un percorso e non si è limitato a raccogliere materiali.

La mostra è curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti ed è il secondo capitolo di un progetto espositivo più ampio dedicato a Pazienza nel 70° anniversario della nascita: il primo si era tenuto al MAXXI L’Aquila.

Il percorso segue un ordine cronologico che restituisce la logica interna dell’opera di Paz, dagli anni della formazione fino alle ultime tavole, ma non è mai didascalico. Le sale si susseguono come stanze di una casa abitata, ciascuna con il suo colore, il suo ritmo e il suo tono emotivo. C’è una coerenza scenografica che si vede raramente nelle mostre di fumetto, troppo spesso ridotte a semplici esposizioni di tavole originali senza un pensiero sull’allestimento. Qui, invece, ogni scelta – i colori delle pareti, i testi scritti a caratteri grandi come titoli di giornale, le teche che mescolano originali e documenti personali – contribuisce a creare un’atmosfera che è insieme intima e monumentale.

30 maggio 1984. Andrea, Mestre, Teatro Parco Bissuola, Mostra Codex. Credito fotografico ANDREA BUFFOLO E CARLO BATTAIN

La prima sala è probabilmente quella che commuove di più. Andrea Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto il 23 maggio 1956, da Enrico Pazienza, insegnante di educazione artistica e pittore acquarellista originario di San Severo, e da Giuliana Di Cretico, insegnante di origini abruzzesi. La famiglia si stabilisce a San Severo, in Puglia, trascorrendo lunghe estati nella casa al mare di San Menaio. In quella cornice familiare in cui arte e cultura sono mestieri quotidiani, Andrea bambino comincia ben presto ad associare testo e immagine – album, quaderni, fogli animati da sketch, personaggi bizzarri, animali di tutti i tipi.

La mostra espone alcuni materiali d’infanzia: un tema scolastico dedicato al padre, scritto in bella calligrafia corsiva – “Io amo mio padre perché è un uomo buono, onesto, laborioso” – e alcune delle prime prove grafiche giovanili. Sono oggetti teneri e potenti allo stesso tempo. Ci ricordano che prima di essere l’artista che conosciamo Paz è stato Andrea, e che quella continuità tra la vita vissuta e la pagina disegnata non è un artificio critico, ma la sostanza stessa del suo lavoro.

Nel 1969, a 13 anni, Paz si trasferisce a Pescara per frequentare il liceo artistico Giuseppe Misticoni. È un ambiente stimolante, in cui la tradizione del disegno figurativo si incontra con l’apertura culturale degli anni Settanta. Il rapporto con i professori – in particolare con Sandro Visca, docente di figura disegnata, e Albano Paolinelli – è fatto di affetto, burle e scambi stimolanti.

Il pennarello diventa il suo mezzo espressivo privilegiato: con tratti fitti, a volte giustapposti, lo usa per costruire volumi, campire trame e modulare i toni del colore. Studia l’anatomia con la stessa cura con cui altri studiano la grammatica, per poi distorcerla a piacimento. Nel dicembre del 1973, a soli 17 anni, tiene la sua prima mostra personale alla Sala d’Arte Guglielmi di San Benedetto del Tronto. L’esposizione segna il passaggio dallo status di studente a quello di autore riconosciuto.

Nel 1974 si iscrive al DAMS di Bologna. La città lo trasforma: è, infatti, il centro di un ambiente politico e artistico in fermento, un laboratorio di esperienze, decisioni e utopie. Sono gli anni della contestazione, del Movimento del ’77, dell’omicidio di Francesco Lorusso l’11 marzo di quell’anno – che diventa il fulcro narrativo del suo primo lavoro edito, Le straordinarie avventure di Pentothal, pubblicato su Alter Alter a partire dall’aprile del 1977. Andrea non finirà mai il DAMS – si fermerà a due esami dalla laurea – ma Bologna gli darà tutto ciò che gli serviva per crescere come artista.

Nella prima metà degli anni Settanta nasce il sodalizio con Stefano Tamburini, Filippo Scozzari, Tanino Liberatore e Massimo Mattioli, con i quali fonda nel 1977 la rivista sperimentale Cannibale. Dal 1979 al 1981 collabora con il settimanale satirico Il Male. Nel 1980, insieme al gruppo di Cannibale e a Vincenzo Sparagna, fonda Frigidaire, il mensile che diventerà la casa editoriale della sua stagione più fertile e il punto di riferimento della controcultura italiana. È su queste pagine che nascono i personaggi che lo renderanno immortale.

Tra i materiali esposti in mostra c’è un foglietto manoscritto, conservato in una teca, che vale da solo un’intera sezione critica. Recita: “Ho provato a fare del futurismo / dadaismo / cubismo / astrattismo / metafisico / surrealismo / informale / della Pop Art / dell’arte concettuale / iperrealismo / e non ci sono riuscito / Ho provato a fare il PazienzAndrea / e non ci sono riuscito / Sé da domani decidessi di non disegnare più / sarebbe probabilmente / l’unica cosa che mi riuscirebbe bene”. È autoironia, certo, ma è anche una dichiarazione d’identità: Pazienza non appartiene a nessuna scuola, appartiene solo a sé stesso. Proprio per questo, a distanza di quasi 40 anni dalla morte, il suo segno è ancora immediatamente riconoscibile.

Il cuore della mostra, e dell’intera parabola pazienziana, sono i personaggi. I curatori li definiscono, in un’espressione felice del testo introduttivo, un campionario umano irripetibile. Pentothal, Zanardi, Pertini, Pompeo: quattro figure che non sono soltanto protagonisti di storie a fumetti, ma dispositivi di realtà, specchi di un’epoca, e – questa è la chiave che la mostra suggerisce con intelligenza – sfaccettature diverse di un’unica personalità complessa.

Pentothal è il primo, il più trasparente. Studente fuorisede venuto dal Sud, arrabbiato, sognatore, spesso paralizzato dai dubbi, si muove in una Bologna attraversata dalla politica e dalla vita quotidiana. Il nome viene dal siero della verità usato da Diabolik per estorcere confessioni: un’ironia che dice tutto sul personaggio. Le sue sembianze sono quelle di Pazienza stesso. È l’alter ego più dichiarato: le tavole su Pentothal sono un’autobiografia a fumetti che usa la struttura del reportage giornalistico per raccontare l’atmosfera e le contraddizioni di una generazione intera. È il Paz giovane: sotto una specie di anestesia esistenziale, incapace di rapportarsi davvero alla realtà, ma con gli occhi spalancati su tutto.

Zanardi arriva nel 1981, su Frigidaire, ed è qualcosa di radicalmente diverso. Liceale biondo, intelligente e spietato, accompagnato dagli amici Colasanti e Petrilli, attraversa storie fatte di manipolazione, violenza, droga e totale assenza di scrupoli. È l’erede della cultura disincantata della fine degli anni Settanta, ma soprattutto è la rappresentazione esatta del nuovo decennio che sta arrivando. Il “noi” lascia il posto a un “io” senza precedenti. Il culto della personalità abbraccia sport, musica, moda e soldi. Zanardi è ciò che l’Italia sta diventando: la legge del più forte, i deboli che soccombono. Pazienza lo presenta in un’intervista del 1981 su Linus come il proprio alter ego, ma si tratta di un alter ego rovesciato, la parte oscura portata alla massima potenza sulla pagina. Paz non era cattivo come lui, ma Zanardi scaturiva dalla sua immaginazione, riconoscibile e disturbante. Nella storia La prima delle tre, del 1984, è Pentothal stesso – l’incarnazione simbolica degli anni Settanta – a incontrare Zanardi, a sfidarlo e a ingaggiare con lui una zuffa furibonda da cui esce con le ossa rotte. È Pazienza che mette in scena il passaggio da un decennio all’altro, e l’esito non lascia dubbi.

Pompeo arriva nel 1985, su Alter alter, e chiude il cerchio. È il lavoro più cupo e personale di Pazienza, un’epopea squallidissima e dolorosa che racconta il percorso di un uomo verso il proprio annullamento attraverso la dipendenza dall’eroina. Il legame con Pentothal è subito evidente, per i rimandi a Bologna, al DAMS, alla fauna di tossici ed emarginati. Ma rispetto a Zanardi, che portava il fumetto fino al limite estremo del suo linguaggio, senza mai abbandonarlo, con Pompeo Pazienza si lascia quel linguaggio alle spalle. Non sono né i dialoghi né il disegno a reggere il ritmo della storia, ma è la prosa che la governa, con una densità e una ricercatezza che sfiorano il romanzo. Le immagini sono a completo servizio della trama: essenziali e trasandate, per rendere l’abiezione dei protagonisti, mentre le figure a tutta pagina segnano i picchi emotivi che conducono al rovinoso epilogo.

Pazienza a 15 anni aveva già rappresentato in un quadro il giorno del suo funerale. A 19 aveva disposto il suo testamento. A 25 aveva scritto una nota biografica in cui si era assegnato il giorno esatto del proprio decesso: “Morirò il 6 gennaio 1984”, sbagliando di pochi anni. Eppure – e qui la mostra è perentoria – la morte di Pompeo non è la morte di Andrea Pazienza. La morte di Pompeo è la morte di qualcuno che Pazienza cercava con tutte le forze di allontanare da sé.

La postilla che chiude la serie di Pompeo, esposta in mostra tra i materiali d’archivio, è uno dei testi più belli che Pazienza abbia mai scritto, e vale la pena leggerla per intero almeno una volta nella vita. Sul muro del MAXXI ne appare proiettato un frammento, quello che basta: “In questi anni ho scoperto diverse cosucce. Intanto di non essere un genio. Perché sì, lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Però, c’è sempre un però, sono un disegnatore eclettico”. Morì il 16 giugno 1988, a 32 anni. Tra tutti i fessi, uno dei pochi che non accenna a tramontare.

Fuori da questa galleria di specchi c’è un quarto personaggio, diverso dai tre descritti finora. Pertini è la figura più tenera e più politica allo stesso tempo. Sandro Pertini – medaglia d’oro al valor militare, protagonista della Resistenza, 7° Presidente della Repubblica e primo socialista a ricoprire quella carica – entra nell’universo di Pazienza sin dalle prime vignette su Il Male e Ottovolante.

Nel 1983, su invito di Vincenzo Sparagna, quelle apparizioni confluiscono in un volume monografico: 33 storie brevi e una lunga storia a puntate, discesa negli inferi della Prima Repubblica. È il libro più esplicitamente politico di Pazienza, un apologo sulla democrazia che fa di Pertini l’ultimo protagonista di una stagione irripetibile. Due anni dopo, al presidente socialista succede Cossiga, che aveva autorizzato la presenza dei carri armati nella Bologna di Pentothal. L’ultimo ponte con gli anni Settanta viene abbattuto.

Foto allestimento Giorgio e Giulia Benni. Courtesy Fondazione MAXXI

A metà percorso si apre una stanza diversa da tutte le altre; è la più ariosa e luminosa. Una parete di vetro affaccia su un parco giochi cittadino. Le opere di Paz ricoprono le altre pareti, il pavimento, persino le sedute. È la sala dedicata alla Moltitudine: una composizione che abbraccia l’intera carriera artistica di Pazienza e restituisce la pluralità di stili che ha contraddistinto l’autore fin dagli esordi. Alcune opere i cui originali sono dispersi o non cedibili sono qui riprodotte – una scelta che in un’altra mostra potrebbe sembrare una concessione, e invece qui funziona perfettamente, perché quello che conta non è l’unicità del pezzo, ma la densità visiva dell’insieme. Quella stanza dice, meglio di qualsiasi testo critico, perché Pazienza non si lascia incasellare: il tratto cambia di storia in storia, di registro in registro, con una libertà che non è instabilità, ma padronanza assoluta.

Tra le grandi opere esposte nel percorso, due meritano una menzione a parte. Zanardi Don Chisciotte (1983), acrilico e vernice spray su tela, fu realizzato il 28 luglio di quell’anno durante il Festival della satira a Luneur, il Luna Park di Roma, organizzato dalla redazione del foglio Ottovolante. Appartiene oggi alla collezione di Matteo Garrone.

E poi Zanardi equestre (1984), dipinto l’8 giugno sui pannelli di truciolato che avvolgevano la Fontana Masini durante il restauro in Piazza del Popolo a Cesena; un’opera monumentale realizzata con la collaborazione degli studenti, poi in parte distrutta allo smontaggio dei pannelli, con i frammenti salvati e successivamente ricomposti. Opere nate per caso – da un invito, da un cantiere – e diventate comunque necessarie. La grandezza che si manifesta nell’improvvisazione, senza preavviso.

Lungo il corridoio che conduce all’ultima sala, una sezione di fotografie d’archivio: la redazione di Frigidaire, le estati, gli amici, la compagna Marina Comandini. C’è qualcosa di commovente in queste immagini che va oltre la semplice documentazione biografica. Si percepisce che allora la fotografia aveva un peso diverso da oggi: ogni scatto era un momento scelto, non uno tra mille selfie. Quelle foto restituiscono un’atmosfera, una generazione, un modo di stare al mondo che la pagina disegnata da sola non potrebbe restituire.

L’ultima sala è quella che rimane più impressa. Al centro, dominante, il murale realizzato dal vivo durante la 4ª Fiera del Fumetto di Napoli, il 2 maggio 1987. La storia della sua genesi è ormai leggendaria: Pazienza aveva sbagliato albergo, soggiornando in una struttura molto più costosa di quella assegnata. Per sdebitarsi con gli organizzatori, si fece dare pennelli e materiale da disegno e in poche ore – due, tre al massimo, senza mai allontanarsi dal muro – creò un’opera di sette metri per due e mezzo. Armato solo di un barattolo di vernice nera e di un grosso pennello, affrontò il muro bianco come fosse un foglio di carta, senza nessun disegno preparatorio, con gesti rapidi e sicuri. La composizione che ne è derivata è monumentale: una scena di caccia classica con un guerriero su un cavallo bruno e un leone dalla folta criniera, un uomo nell’atto di scagliare una lancia, un altro a terra, figure avvolte nel terrore sullo sfondo. In basso, un avvoltoio – il memento mori che non riusciva mai a tenere lontano. Il titolo non ufficiale, Battaglia tra uomini e animali, si presta a una lettura allegorica che evidenzia la contrapposizione tra volontà e istinto, tra cinismo e innocenza.

Foto allestimento Giorgio e Giulia Benni. Courtesy Fondazione MAXXI

Custodita per quasi 40 anni dalla Mostra d’Oltremare, l’opera è stata restaurata con finanziamento del MAXXI. Dopo la mostra tornerà a Napoli, dove sarà finalmente esposta al pubblico. Al MAXXI, forse, si vedrà per l’ultima volta a Roma e vale il viaggio.

Nella stessa sala, su una parete laterale, un autoritratto che chiude il percorso con un’immagine di straordinaria potenza simbolica. Pazienza-Pompeo si ritrae come un’icona bizantina: fondo turchese, aureola dorata con simboli incisi, cornice in foglia d’oro, sguardo diretto e quasi severo, capelli ricci scuri che esplodono attorno al viso. È un’iconografia sacra, deliberatamente. Il ragazzo che scriveva “non sono un genio, sono un fesso qualsiasi” si raffigura come santo. È qualcosa che va oltre la solita ironia, qualcosa di più oscuro e consapevole: la certezza, forse, di appartenere già alla Storia, di essere già, in qualche modo, (passato) oltre.

Copertina per Pompeo, Editori del Grifo, Montepulciano, 1987. Collage su cartoncino azzurro. COLLEZIONE PRIVATA

“Non sempre si muore” è il titolo perfetto, non perché sia ottimista, ma perché è esatto. Pazienza è ancora qui – nei fogli inediti che riemergono, nelle generazioni di fumettisti, illustratori e autori che continuano a misurarsi con il suo segno, nella capacità delle sue storie di graffiare ancora, di disturbare ancora, di far ridere e far male nello stesso momento. Pentothal che non capisce il mondo. Zanardi che lo divora, Pompeo che non riesce più a sostenerlo: tre maschere di uno stesso autore, tre mali di vivere sublimati in arte.

Il MAXXI ha realizzato una mostra che Pazienza si sarebbe meritato: costruita con la stessa libertà con cui lavorava, senza reverenza e senza nostalgia. Si esce dal museo con la sensazione di aver incontrato qualcuno che aveva e ha ancora qualcosa da dire.

“Andrea Pazienza. Non sempre si muore“, a cura di Giulia Ferracci e Oscar Glioti, è ospitata dal MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma Galleria 5.

Lunedì chiuso
Da martedì a domenica: 11.00 – 19.00
(la biglietteria è aperta fino a un’ora prima della chiusura del Museo).

La mostra resterà chiusa da giovedì 30 luglio a martedì 1° settembre.
La chiusura della mostra è stata prorogata a domenica 18 ottobre 2026.

About Sabrina Colandrea

Giornalista professionista materana, classe 1986, ho vissuto, studiato e lavorato a Pisa, Genova, Torino, Frosinone e Roma. Dal 2013 ho scritto soprattutto di cultura, arte e spettacolo per Mentelocale, La Repubblica Torino, Uncò Mag, Goa Magazine, Il Quotidiano della Basilicata. Ho all’attivo una lunga serie di stage (degni di nota e zuppi di sudore i mesi a Rainews24 e quelli trascorsi nell’ufficio Stampa e Relazioni esterne dell’Università di Torino). Dopo un’esperienza nella redazione del talk show “Avanti il prossimo” su TV2000, ho lavorato come addetta stampa e videomaker freelance per emittenti tv, festival e associazioni culturali. Dal 2019 in forze nella redazione della web radio Activa, dal 2022 ne dirigo la testata giornalistica Radio Activa Plus. Con Canale Arte torno al mio primo amore, la parola scritta.

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