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Marco Fusinato DESASTRES – Il Padiglione Australia alla Biennale di Venezia fino al 27 novembre 2022

Nel Padiglione dell’Australia, a cura di Alexie Glass-Kantor, la musica noise di Marco Fusinato sfida il concetto di suono musicale e lascia spazio solo all’espressività più viscerale dell’artista. Ascoltando la sua performance ai Giardini, da Milanese, non ho potuto fare a meno di pensare al futurista Luigi Russolo e al trattato “L’arte dei rumori”. Il rumore è parte della musica sperimentale che l’artista australiano ha portato a Venezia.

Il padiglione dell’Australia dialoga in qualche modo con quello Svizzero. L’esperienza, sempre molto personale, qui è data dal rumore, là dalla sua assenza; in entrambi i casi gli effetti emotivi e fisici sono dovuti alle vibrazioni che attraversano il nostro corpo. Ci sono studi che parlano di come le vibrazioni acustiche stimolino adrenalina ed endorfine; Marco Fusinato mira sicuramente a sconvolgere il nostro stato di comfort. I suoni della chitarra elettrica vengono associati ad immagini e le sensazioni di confusione e fastidio sono l’obiettivo dell’artista, che vuole stimolare in noi domande, desiderio di sapere e curiosità.

Un artista che sin dalla sua infanzia, e nel corso di tutta la sua carriera, a seguito le sue inclinazioni senza compromessi, quest’anno a Venezia esprime con tutta la forza e la libertà possibili la sua visione.

L’ho intervistato per voi in un attimo di pausa dalla sua performance e l’atmosfera era rilassata e divertente, soprattutto per le espressioni in dialetto bellunese che senza controllo facevano capolino nella nostra conversazione; tutt’altro rispetto a quella vibrante e destabilizzante al piano di sopra del Padiglione.

Marco Fusinato, DESASTRES, 2022 – Ph. Diana Cicognini

Il Padiglione dell’Australia alla Biennale Arte di Venezia

L’artista, un piccolo quadro, due o tre chitarre elettriche, una parete autoportante a LED e sei amplificatori, riempiono lo spazio del padiglione dell’Australia a Venezia, altrimenti vuoto. Un’apparente semplicità rispetto a tanti altri Padiglioni Nazionali in questa edizione della Biennale. Solo apparente appunto.

“Non è stato necessario modificare l’architettura del Padiglione. L’unico intervento dell’architetto è stato la realizzazione di un muretto all’ingresso per non fare entrare la luce. Io ho voluto uno spazio aperto, un cubo interamente bianco, con dentro due elementi materiali neri, lo schermo e il sistema di amplificazione del suono, che emergessero come sculture.”

Com’è nato il progetto del Padiglione?

“Ogni aspetto del progetto, sia tecnico che di design, è stato pensato in Australia nel mio studio, perché a causa del COVID non siamo potuti venire a Venezia per un sopralluogo. Ho dovuto fare tantissimi disegni e rendering al computer per immaginare come sarebbe stato. I vari componenti, invece, sono arrivati da tutto il mondo, lo schermo dall’Inghilterra e gli amplificatori, realizzati appositamente per me, dallo stato di Washington, Seattle. Devo confessare che ero preoccupato perché non avevo visto il Padiglione dal vivo, e invece, appena arrivato, tutto è stato molto facile. Siamo arrivati a Venezia portando con noi solo i computer, qui abbiamo trovato tutte le casse e in due settimane lo stand era allestito. E’ stato come organizzare un grande concerto. Il Padiglione, alla fine, è venuto in tutto e per tutto come volevo io, senza compromessi.”

Marco Fusinato, DESASTRES, 2022 – Ph. Diana Cicognini

La performance
Un algoritmo all’interno di un’unità di controllo decide quali immagini vengono mostrate sullo schermo e lo fa in tre modi: immagine singola, doppia esposizione o ingrandimento verso il centro dell’immagine fino a mostrarne un dettaglio. Le immagini sono il risultato di ricerche libere di alcune parole chiave fatte su diverse piattaforme internet. Una videocamera e dodici microfoni sugli amplificatori registrano ogni giorno le otto ore della performance, che si ripete per tutti e 200 i giorni dell’esposizione.

“Tutto è guidato dal caso e non ho idea di come si alternino le immagini, per me è una sorpresa. Io controllo la musica, o meglio ne afferro frammenti guidato da emozioni e ispirazione del momento. Determinando se il suono esce dagli amplificatori in mono, quando l’immagine è centrata sullo schermo, o in stereo, quando arriva da destra o da sinistra, e decido a quale velocità escono le immagini. Il suono che genero passa, infatti, attraverso l’unità di controllo che converte e sincronizza il suono con le immagini. Ci sono così tanti parametri con cui si può lavorare, grazie a questa unità di controllo, che nessuna performance potrà essere mai uguale all’altra.”

La performance che hai portato a Venezia è un’evoluzione del lavoro fatto negli ultimi anni, sebbene le sue dimensioni – l’allestimento, la durata, il pubblico – la portino ad un livello altissimo. Dove vuoi arrivare?

“Il progetto è molto ambizioso. Vorrei arrivare ad avere alla fine 200 video, uno per ogni giorno della performance in Biennale, e utilizzarli in una grande installazione con duecento monitor che trasmettono contemporaneamente, ognuno sul proprio canale, i video registrati. Ho in mente le immagini e i suoni delle 200 performance trasmessi tutti insieme, l’effetto di caos sarebbe notevole. Ovviamente è solo un’idea di cui non ho ancora studiato la fattibilità.”

Marco Fusinato DESASTRES, 2022 solo durational performance as installation 200 days Installation views, Australia Pavilion, 59thInternational Art Exhibition of La Biennale di Venezia, 2022 Photographer: Andrea Rossetti

Come sta reagendo il pubblico della Biennale?

“Durante la performance do le spalle al pubblico, non voglio nessuna distrazione, perché mi devo concentrare su quello che sto facendo e avere tutto sotto controllo. Non voglio neanche sapere quante persone ci sono nella stanza, potrebbe essercene una, molte o nessuna, non è importante. A tratti mi rendo conto della loro presenza, di qualcuno che entra ed esce subito o di altri invece che restano veramente per molto tempo. Il pubblico della Biennale è ampio e diversificato. Le reazioni sono di odio o amore per quello che sto facendo, non c’è una via di mezzo, e sono molte di più quelle che lo odiano. Normalmente quando suono una musica estrema come questa, mi rendo conto che è per un pubblico molto ristretto, sono pochi quelli che resistono fino alla fine del concerto. Lo stesso succede qui, nel padiglione della Biennale. Mi sono anche trovato di fronte a qualcuno che non ha apprezzato il mio lavoro, posso dirti che era anche arrabbiato. L’ho visto durante la performance con la coda dell’occhio che urlava con le persone che lavorano nel padiglione. Mi sono avvicinato a lui e il suo problema era che la musica fosse troppo alta, ma questa è musica noise, che cosa si aspettava?”

Cosa hai voluto lasciare al pubblico che ha visitato il Padiglione?

“La cosa che considero più importante, quella voce dentro di noi che ci spinge a fare delle domande anche se non esiste una risposta. Bisogna apprezzare la confusione che le domande senza risposta portano con sè, perché non capire qualcosa ti rende più curioso. Con il mio lavoro ho voluto prendere la linea dura e spingere le persone a farsi delle domande, sempre.”

Marco Fusinato. Photo courtesy Zan Wimberley

E’ la prima volta che ti esibisci per un periodo così lungo, è tempo di tirare i dadi. Hai vinto la tua sfida personale iniziata il 23 Aprile scorso? 

“Un’esperienza stupefacente. E’ come se mi si fosse aperta la mente, mi diverto e imparo qualcosa di nuovo ogni giorno di più. Suono dal vivo davanti ad un pubblico internazionale. Ho la possibilità di lavorare in uno studio aperto, il Padiglione, in cui creo una scultura con la musica, la luce dello schermo e le vibrazioni delle casse. Suono la chitarra con tutto il corpo, sento le vibrazioni dentro di me e quello che suono è una risposta all’intensità delle sensazioni che mi attraversano. Questo per me è improvvisazione. Questo è quello che sto cercando di fare ogni giorno, creare un’esperienza che il pubblico possa vivere intensamente e sia ogni giorno diversa.”

Rappresenti il tuo paese, l’Australia, in una Biennale internazionale che ha luogo nel paese di origine dei tuoi genitori. Come sei arrivato fino a qui?

“Sono arrivato a questo traguardo perché negli ultimi 20/30 anni ci sono state delle persone che mi hanno supportato, non ci si arriva da soli, il merito non basta. La famiglia prima di tutto, i curatori poi, gli scrittori e gli altri artisti che ho incontrato nella mia vita e mi hanno permesso di fare a modo mio senza compromessi. Ho sempre avuto chiaro nella mia mente cosa volevo fare e con chi volevo lavorare. Mi ricordo che nella mia esperienza formativa, erano gli anni ’90 e avevo vent’anni, sono stato coinvolto in un collettivo di 5 artisti che decise di aprire una propria galleria perché aveva qualcosa da dire. Il negozio dove si trovavano, una vera community interessata alla musica sperimentale, ha dato il nome al collettivo: Store 5. Questo è il tipo di esperienza che ti dà la sicurezza di andare avanti. Nel corso della mia carriera artistica mi sono sempre concentro su un progetto per poi iniziare subito dopo a pensare al successivo. Anche adesso che sono qui alla Biennale di Venezia non penso di essere arrivato. Non vedo un traguardo davanti a me, ma tante strade da percorrere.”

E dove ti porteranno queste strade?  

“Vorrei tornare a fare dei concerti dal vivo con un amico batterista. Ho anche un nuovo progetto che si chiama Experimental Hell – Inferno sperimentale, nasce da una pratica che si ripete ogni volta che faccio un disco. Scelgo io la copertina e si tratta sempre di un’immagine tratta dalla storia dell’arte, a cui fa da contraltare sul retro un’immagine presa dai mass media. In Experimental Hell la mia intenzione è di prendere queste copertine e farne delle serigrafie enormi, lavorando direttamente sulle lastre di alluminio con l’inchiostro. Voglio lavorare usando la tecnica in modo sperimentale, non proprio corretto, e improvvisando. Il risultato? Impossibile saperlo prima. Vorrei farne una serie.”

Marco Fusinato, DESASTRES, 2022 – Ph. Diana Cicognini

La forma d’arte usata esprime l’io più profondo dell’artista. Cosa ti ha portato a scegliere questo linguaggio?

“Forse è qualcosa che mi è successo da giovane. Essere figlio di migranti significa essere sempre tagliati fuori dalla cultura dominante e quindi si sviluppa in te una simpatia per le minoranze che ti porta a identificarti con loro. Invece di parlare di ragazze e di macchine, mi interessavo a concetti politici come marxismo, terrorismo, anarchismo. Mi sono avvicinato alla musica punk perché era sperimentale, e all’arte concettuale perché trasmetteva messaggi potenti e si parlava di idee. Cercavo sempre delle alternative al senso comune. Questa mia predisposizione mi ha portato ad apprezzare ciò che si muove sotto la superficie.”

Ho notato il piccolo quadro appoggiato quasi casualmente in un angolo, ogni volta diverso, dell’installazione; e poi l’ho ritrovato come copertina del Catalogo firmato anche da Alexie Glass-Kantor, curatrice del Padiglione. Mi racconti la sua storia?

“La copertina del libro riproduce un quadro del seicento, che è parte dell’installazione nel Padiglione. Quando ho visto per la prima volta quest’opera, ha smosso qualcosa dentro di me. Ho fatto delle ricerche ed ho scoperto che ne esistono 3 o 4 variazioni. Una di queste era in vendita in una galleria di Londra e l’ho comprata. E’ un memento mori che guardo ogni giorno, e mi aiuta durante la performance a tirare fuori tutto quello che ho dentro e a dare il massimo. In questa particolare epoca in cui viviamo, ci ricorda che siamo tutti uguali, tutti dobbiamo morire.”


www.desastresdesastres.com/it/
http://marcofusinato.com/

Marco Fusinato DESASTRES, 2022 solo durational performance as installation 200 days Installation views, Australia Pavilion, 59thInternational Art Exhibition of La Biennale di Venezia, 2022 Photographer: Andrea Rossetti

About Diana Cicognini

Diana. Dea cacciatrice! Il mio territorio è Milano, la mia preda l'Arte ... che racconto, scrivo, disegno e metto in mostra. Giornalista pubblicista, la mia Nikon mi accompagna sempre per testimoniare la bellezza e là dove il mio obiettivo fotografico non arriva...un grazie dichiarato ad artisti, gallerie ed uffici stampa che mi concedono "uno scatto" per le mie parole.

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