Torino, autunno duemilaventisei. Sotto le grandi arcate in vetro e acciaio dell’Oval Lingotto Fiere, dal trenta ottobre al primo novembre, si è consumata la trentatreesima edizione di Artissima. Un’edizione che ha chiuso i battenti registrando oltre trentaquattromila presenze in soli quattro giorni. Ma i numeri, seppur imponenti con centottantatré gallerie provenienti da trentacinque Paesi e quattro continenti, raccontano solo la cornice strutturale dell’evento. Quello che si è palesato all’interno del padiglione è stato un ecosistema complesso, un luogo in cui l’arte contemporanea ha dimostrato, ancora una volta, di essere un sismografo estremamente sensibile delle trasformazioni globali. Il tema che ha guidato questa esplorazione visiva è stato “Fancy: A Flexible, Acrobatic Body”, un concetto mutuato dal pensiero della filosofa Martha C. Nussbaum. La fantasia, in questa visione documentaristica del presente, non è stata intesa come pura evasione, ma come uno sforzo muscolare e acrobatico per proiettarsi oltre i confini del proprio io, per attraversare le differenze e immaginare possibilità non ancora realizzate.

Quest’anno, passeggiando tra i lunghi corridoi dell’Oval, è emersa con chiarezza la vera vocazione di questa fiera nel panorama internazionale: Artissima si è confermata non solo come un ampio spazio espositivo, ma come una sofisticata piattaforma di diplomazia culturale e di sviluppo economico. Sotto la direzione di Luigi Fassi, giunta al suo quinto anno, la manifestazione ha ribadito un principio fondamentale per il mercato dell’arte contemporanea: la ricerca artistica e la sperimentazione non sono elementi accessori, ma risorse di chiara portata economica in grado di determinare il valore stesso del mercato. La fiera ha scelto di non limitarsi a registrare passivamente le tendenze di una domanda commerciale già esistente, ma ha lavorato attivamente per orientarne l’evoluzione, condividendo con le gallerie il rischio insito nell’investimento sulla ricerca. In questo senso, Torino ha funzionato da crocevia strategico, mettendo in connessione geografie e mercati profondamente differenti. Per le gallerie asiatiche, sudamericane o africane, i venticinquemila metri quadrati dell’Oval hanno rappresentato una porta di accesso vitale per il confronto con le istituzioni europee, mentre per le gallerie più giovani si è trattato di un’occasione imprescindibile per ampliare le proprie reti e intercettare nuovi interlocutori. Con oltre settecento collezionisti e curatori ospitati da tutto il mondo e quarantacinque gruppi istituzionali legati a musei internazionali, si è creata un’infrastruttura relazionale in cui la dimensione culturale e qualitativa ha generato un tangibile bacino di transazioni che proseguono ben oltre i giorni della manifestazione.

All’interno dell’Oval, la proposta artistica si è articolata attraverso sette sezioni, creando un percorso espositivo che ha bilanciato maestri storicizzati e scommesse assolute. La “Main Section” ha raccolto oltre cento tra le gallerie più rappresentative a livello globale, offrendo una panoramica solida e articolata sulle direzioni attuali della produzione artistica, affiancata dai dialoghi curati della sezione “Monologue/Dialogue”. Di grandissimo impatto per comprendere le traiettorie future del mercato è stata la sezione “New Entries”, riservata alle realtà internazionali emergenti con meno di cinque anni di attività. Delle trentasette gallerie alla loro prima partecipazione assoluta, gran parte ha trovato spazio proprio in questi corridoi. Qui, il mercato ha mostrato il suo lato più vitale, intercettando pratiche che sfuggono alle convenzioni stabilite. Ma è nelle sezioni curate che il taglio di indagine della fiera si è fatto più netto. “Present Future” ha portato alla luce i talenti emergenti internazionali, con progetti monografici in cui la tecnologia – intesa nel suo senso più ampio, dall’artigianato millenario ai processi industriali e digitali – è stata utilizzata in modo sperimentale per plasmare la materia e interrogare questioni radicali legate al lavoro e all’identità contemporanea.

In totale controtendenza rispetto all’ossessione per il nuovo a tutti i costi, ma con un tempismo concettuale perfetto, la sezione “Back to the Future” ha permesso al pubblico e ai collezionisti di riscoprire i grandi pionieri dell’arte contemporanea attivi tra gli anni Trenta e Novanta. Invece di rincorrere l’ultima novità, questa area ha puntato i riflettori su quegli artisti storici che hanno avuto il coraggio di opporsi alle convenzioni sociali, politiche e formali del loro tempo. È stata un’operazione di recupero critico che ha stimolato il mercato, offrendo nuove chiavi di lettura e creando le condizioni per nuovi investimenti su artisti che, per decenni, non avevano ancora raggiunto un riconoscimento commerciale adeguato. A chiudere questo cerchio curatoriale è intervenuta la sezione “Disegni”, un unicum in Italia, focalizzata esclusivamente sulle opere su carta. In quest’area, lontana dalla spettacolarizzazione dimensionale o multimediale di altri medium, è emersa l’intimità assoluta dell’atto creativo. I progetti monografici esposti hanno promosso un collezionismo attento all’autenticità e all’immediatezza del gesto artistico, inteso come traduzione primaria e senza filtri dell’idea nel mondo.

Ciò che resta di questa trentatreesima edizione, a fari spenti e stand smontati, è la conferma della forza istituzionale e dell’interdipendenza tra pubblico e privato che sostiene questo settore. Non si è trattato di un grande mercato puramente effimero. L’acquisizione di opere destinate al patrimonio pubblico, garantita dallo storico fondo della Fondazione Arte CRT con una dotazione di trecentomila euro, ha arricchito le collezioni della GAM e del Castello di Rivoli, saldando ulteriormente il legame strutturale tra l’evento fieristico e le fondamenta museali del territorio. Ma più di ogni cifra o singola transazione, l’esperienza all’interno dell’Oval ha dimostrato che un modello fieristico fondato sulla chiara riconoscibilità della propria identità culturale e sulla costruzione di relazioni di fiducia e conoscenza reciproca è la chiave per affrontare le sfide del sistema dell’arte odierno. All’interno di questi spazi si è respirata la solida convinzione che la fantasia, l’immaginazione e la sperimentazione visiva non siano mai meri esercizi estetici. Sono, al contrario, potenti intelligenze pubbliche, motori primari di una diplomazia culturale che alimenta la società e che, espandendo gli orizzonti del collezionismo, orienta e forma il mercato, delineando le coordinate visive del nostro futuro.

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