A Torino, lo spazio espositivo delle Gallerie d’Italia in Piazza San Carlo ospita una retrospettiva di profonda attualità. Dal 18 marzo al 6 settembre 2026, il pubblico può immergersi nell’universo visivo di Nick Brandt attraverso la mostra intitolata “The Day May Break. La luce alla fine del giorno”.

Curata da Arianna Rinaldo, l’esposizione rappresenta un unicum nel percorso espositivo dell’artista britannico: per la prima volta, infatti, tutti i quattro capitoli che compongono la serie globale “The Day May Break”, iniziata nel 2020, sono presentati congiuntamente. Il percorso si snoda attraverso 63 immagini di grande formato. Non si tratta di una semplice documentazione della crisi climatica, ma di una visione che la curatrice definisce al contempo “dura e poetica”, tesa a rintracciare ciò che resta e ciò che, nonostante la devastazione, può ancora offrire speranza.

Per comprendere appieno la portata di questa mostra, è necessario analizzare la parabola artistica di Nick Brandt. Nato a Londra nel 1964, Brandt ha inizialmente lavorato nel mondo dei videoclip musicali, collaborando con artisti del calibro di Michael Jackson. Tuttavia, è dall’inizio degli anni Duemila che la sua pratica artistica subisce una svolta radicale, concentrandosi sulla progressiva scomparsa del mondo naturale.

Le sue prime celebri trilogie, documentate in volumi come “On This Earth” e “A Shadow Falls”, ritraevano la maestosità degli animali dell’Africa orientale con uno stile ritrattistico quasi ottocentesco, utilizzando pellicola bianco e nero e medi formati, senza teleobiettivi, per stabilire un contatto intimo con il soggetto. Come evidenziato dalla critica internazionale, la sua estetica ha sempre puntato su un virtuosismo che non attenua, ma amplifica la drammaticità della realtà rappresentata.

Con la serie “Inherit the Dust” del 2016, Brandt ha compiuto un ulteriore passo, inserendo pannelli giganti con i ritratti dei suoi animali in paesaggi ormai urbanizzati o industrializzati, dove quegli stessi animali un tempo vivevano. Un lavoro che segna il passaggio definitivo a una fotografia concettuale impegnata, eticamente rigorosa e dotata di una potente forza narrativa.

“The Day May Break” segna una nuova fase cruciale nella ricerca di Brandt. In piena pandemia, l’artista ricalibra la sua attenzione, unendo nello stesso fotogramma persone e animali, entrambi vittime della distruzione ambientale. Il focus si sposta sulle aree del mondo meno responsabili del collasso climatico, ma che ne subiscono in modo sproporzionato le conseguenze. Il lavoro di Brandt si distingue per un metodo rigoroso e meticoloso. Ogni capitolo è frutto di mesi di preparazione e collaborazione con troupe locali. Le scene sono costruite con precisione, e l’atmosfera nasce dall’attesa del momento perfetto. A questo segue un lungo processo di stampa e selezione.

Un elemento fondamentale della tecnica di Brandt in questa serie è l’assenza di scorciatoie digitali: esseri umani e animali sono stati fotografati nello stesso momento, nella stessa inquadratura. Un approccio che mira a stabilire un dialogo diretto e profondo con lo spettatore, conferendo alle immagini una verità sospesa, quasi surreale. La mostra torinese permette di seguire cronologicamente questa evoluzione globale. Il Chapter One, realizzato tra Kenya e Zimbabwe nel 2021, è ambientato in santuari per animali salvati dal bracconaggio e dalla distruzione dell’habitat. Qui, persone sfollate da cicloni o impoverite dalla siccità sono ritratte insieme agli animali, raccontando una dignità condivisa e un comune senso di perdita. Il Chapter Two, fotografato in Bolivia nel 2022, prosegue la riflessione in un Paese ad alta biodiversità minacciato da incendi e alluvioni. Ancora una volta, Brandt unisce i destini di persone e animali di fronte al collasso climatico. Con SINK / RISE, il terzo capitolo del 2023 realizzato nelle Fiji, l’artista guarda al futuro prossimo. I protagonisti sono fotografati sott’acqua mentre compiono gesti quotidiani, rappresentando le comunità che perderanno terre e case a causa dell’innalzamento del livello del mare. La bellezza dell’ambiente marino si accompagna a una tensione silenziosa, presagio di una perdita imminente. Il percorso si conclude con l’ultimo capitolo, The Echo of Our Voices, realizzato nel 2024 in Giordania. Qui Brandt ritrae famiglie di rifugiati siriani in un paesaggio desertico, simbolo della scarsità d’acqua. Le immagini restituiscono forza collettiva e resilienza, ponendo l’accento sulla speranza di un futuro migliore. Una piccola sezione della mostra è dedicata al dietro le quinte, offrendo uno sguardo sulla complessità produttiva e sul processo creativo del fotografo attraverso video e fotografie di backstage.

In definitiva, “The Day May Break” si configura come un appello urgente e silenzioso. Attraverso immagini di straordinaria potenza visiva, Nick Brandt invita a riconoscere una verità fondamentale: che il destino degli esseri umani, degli animali e del pianeta è indissolubilmente intrecciato.
Ricordiamo che la mostra “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno” è aperta al pubblico presso le Gallerie d’Italia – Torino, in Piazza San Carlo, fino al 6 settembre 2026.
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