giovedì , 2 dicembre 2021
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Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica | Il nuovo allestimento delle Sale dei Cinquecento a Palazzo Barberini

Palazzo Barberini, Sale Del Cinquecento, Sala Bigio. Foto Alberto Novelli.

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica, nell’Ala Nord del piano nobile di Palazzo Barberini, riaprono le porte delle sale del Cinquecento, dalla n. 12 alla n. 18, completamente rinnovate e riallestite.

Con questo intervento, a cura di Flaminia Gennari Santori con Maurizia Cicconi e Michele Di Monte, si concludono i lavori di riqualificazione del piano nobile di Palazzo Barberini secondo un impianto concettuale cominciato nel 2017 con il riallestimento dell’Ala Sud e continuato con le sale del Seicento nel 2019. “L’intento – sottolinea Flaminia Gennari Santori – è quello di restituire al pubblico un percorso organico e facilmente leggibile, in una struttura espositiva narrativa che metta in risalto anche la storia del palazzo e delle sue collezioni”.

Palazzo Barberini, Sale Del Cinquecento, Sala Bigio. Foto Alberto Novelli.

Il rinnovamento delle sale ha interessato le strutture architettoniche, l’impianto di illuminazione, la grafica e gli apparati didattici, con nuovi pannelli esplicativi e didascalie ragionate.

Le 42 opere, appartenenti alle collezioni delle Gallerie Nazionali di Arte Antica a cui si aggiungono una serie di prestiti temporanei da collezioni pubbliche e private, sono disposte secondo una migliore visibilità che integra e coordina un ordine cronologico-geografico con momenti tematici e approfondimenti monografici.

Molto intenso in questi mesi il lavoro del laboratorio di restauro del museo che ha analizzato tutte le opere, sottoponendo alcune di esse a lavori di natura conservativa o di restauro.

Il nuovo percorso prevede l’ingresso dall’atrio Bernini dove ad accogliere il visitatore è la monumentale Velata di Antonio Corradini. Scolpita nel 1743 durante il soggiorno romano dell’artista, la Vestale è avvolta in un velo impalpabile, simbolo della pudicizia e della castità richieste per il sacro ruolo di sacerdotessa del fuoco di Vesta, che fa trasparire le forme sottostanti. Nella mano sinistra regge il setaccio che, con l’aiuto della dea, le permise di raccogliere le acque del Tevere, scampando la morte.

La prima opera del percorso espositivo è Il Galata, scultura romana antica appartenente alla collezione Barberini: una scelta emblematica per sottolineare come il percorso di visita includa anche la storia del Palazzo e dei suoi proprietari. La statua, nel suo attuale aspetto, è in realtà il frutto di un esteso rifacimento – voluto probabilmente dagli stessi Barberini – condotto su una scultura mutila romana del I secolo d. C., derivata a sua volta da un gruppo monumentale ellenistico databile alla prima metà del II secolo a. C.

Palazzo Barberini, Sale Del Cinquecento, Sala Cosimo Raffaello. Foto Alberto Novelli.

LE SALE DEL CINQUECENTO

Sala 12. Tradizione e devozione

La pittura del Cinquecento, nonostante assista alla nascita e alla progressiva affermazione di generi nuovi, come il ritratto individuale, la scena storica, la favola mitologica, il paesaggio, resta comunque, in larga misura, pittura religiosa. La dinamica stessa della produzione e della committenza è profondamente legata a questa funzione cultuale delle immagini, che rappresenta un fenomeno antropologico di lunga durata, in sostanziale continuità con la tradizione cristiana medievale, tanto sul piano delle commissioni pubbliche quanto per le opere di destinazione privata.

Istituzioni, pratiche e rituali della devozione personale e famigliare continuano ad alimentare una copiosa produzione di opere religiose di destinazione domestica e spesso di piccolo formato. Oggetti di preghiera, di meditazione, di edificazione, ma anche, nondimeno, di arredo: contrassegni materiali di status sociale, testimonianze di cultura ed attestazioni di gusto.

Per gli artisti del tempo, allora, il genere devozionale, con il suo retaggio di immagini venerabili, in tutti i sensi, delinea un campo non solo di esercizio, ma anche di sperimentazione, in cui i vincoli della tradizione iconografica stimolano soluzioni innovative e invenzioni inedite. L’icona della Vergine con il Bambino, in special modo, diventa un tema canonico con cui misurare le nuove risorse della pittura, senza rinunciare al deposito ormai millenario di un linguaggio simbolico, alla ricerca di un rapporto più affettivo e sottilmente suggestivo con lo spettatore, che non è più solo un devoto, ma è anche, e sempre più spesso, un sofisticato “intenditore”.

Sala 13. Lorenzo Lotto

Lorenzo Lotto (Venezia 1480 – Loreto 1556)

Lo sposalizio mistico di santa Caterina con i santi Girolamo, Giorgio, Sebastiano, Antonio Abate e Nicola di Bari, 1524
Olio su tela, 98 × 115 cm

Con straordinaria perizia tecnica Lotto trasforma il tradizionale quadro di devozione domestica in una sorta di magico speculum perfectionis, specchio di perfezione dell’immagine, nella sua vivida, prodigiosa nitidezza, e insieme perfezione del modello di condotta e meditazione che essa evoca in chi guarda e riflette. L’opera fu infatti realizzata per essere collocata nella camera dei novelli sposi Marsilio e Faustina Cassotti, che a Lotto avevano già commissionato a Bergamo il loro duplice ritratto coniugale (oggi al Museo del Prado di Madrid). È dunque un matrimonio che l’immagine giustamente celebra, ancorché uno sposalizio mistico, quello tra Cristo e santa Caterina d’Alessandria.

A presiedere e benedire le nozze è Maria, che mostra le due vie del Signore: quella della faticosa erudizione di Girolamo, traduttore della Bibbia, e quella dell’amorevole carità di Caterina, che si porta al petto la mano inanellata, sul corpetto appena slacciato. In secondo piano, l’equilibrio si inverte: a destra gli attempati Nicola e Antonio Abate sono assorti nella lettura, mentre a sinistra i martiri Sebastiano e Giorgio – anch’egli con l’anello – ricordano che la “passione” per Cristo non è senza spine, come la rosa che gli amanti si scambiano, e che il trasporto dei sentimenti richiede il dominio di sé, come indica l’arcano geroglifico inciso sul cameo della santa.

Non sorprende che a questa complessa gerarchia visiva e simbolica il pittore abbia fatto poi corrispondere una più prosaica ma non meno significativa gerarchia venale, calcolando il costo della sua opera: 10 ducati per Caterina, solo 8 per Girolamo, ma 15 per la Vergine col Bambino. Anche l’arte ha la sua economia. Accompagnano il dipinto due cofanetti “in pastiglia” di ambito veneto-ferrarese degli inizi del XVI secolo.

Lorenzo Lotto, Sposalizio Mistico Santa Caterina.

Sala 14. Ferrara

La pittura italiana del Rinascimento è tradizionalmente contraddistinta da una fisionomia non solo storica, ma anche geografica. Sebbene nel XVI secolo la circolazione delle immagini, favorita anche dalla capillare diffusione della stampa, consenta lo sviluppo di una cultura figurativa più eclettica, vasta e internazionalmente aggiornata, la produzione artistica resta comunque legata a una specifica dimensione locale, condizionata ma anche sostenuta e promossa da altrettanto specifiche forme di committenza e politica delle immagini.

Nel XVI secolo, l’Italia dellecorti definisce una delle mappe fondamentali di questa geografia dell’arte, in cui centri e periferie danno vita a una dinamica complessa e vivace, fatta di ambizioni, rivalità, gelosie e confronti almeno quanto di relazioni, scambi, prestiti e influenze reciproche.

La Ferrara ducale è uno trai i maggiori di questi centri privilegiati di attrazione e diffusione. I raffinati ideali coltivati in seno alla corte estense, la molteplicità di interessi antiquariali, la cultura letteraria e cavalleresca, specialmente segnata dalla presenza del nume tutelare di Ludovico Ariosto, l’attività di pittori “foresti” come Giovanni Bellini e Tiziano, contribuiscono a creare quell’ambiente e quell’atmosfera caratteristici in cui nascono e si iscrivono le fantasiose, ricercate e talvolta bizzarre invenzioni di Garofalo e Dosso Dossi.

Sala 15. Siena

Depositaria di una straordinaria eredità, che ne ha segnato l’identità artistica dal Medioevo all’età del primo Umanesimo, Siena diventa nel Cinquecento un ricettacolo e un crocevia di linguaggi figurativi di intonazione e declinazione diverse. Fino alla metà del secolo, quando la città viene conquistata dai fiorentini e passa sotto l’influenza del ducato mediceo, il mecenatismo delle istituzioni civiche e religiose, quelle repubblicane e quelle signorili – in particolare durante il dominio della potente famiglia dei Petrucci – promuove una stagione artistica ricca di nuovi fermenti e aperta a una cultura variegata e composita.

Le figure di maggior spicco, in questo contesto, sono quelle, pressoché contemporanee, del Sodoma (1477-1549) e del Beccafumi (1486-1551). Il primo dovette essere personaggio stravagante, come ricordano le fonti e come suggerisce già l’eloquente soprannome, “del quale – ci dice Vasari – non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli, e cantandogli sul liuto assai comodamente”. Grazie alle sue esperienze milanesi, fiorentine e romane, egli importa a Siena una particolare reinterpretazione dell’ardua lezione leonardesca e insieme un’aggiornata cultura classicheggiante e antiquariale. Con Beccafumi, i modelli della pittura toscana acquistano un carattere “eccentrico” ed elegante, e si rifondono in un idioma affatto peculiare, in termini disegnativi, cromatici e luministici.

Sala 16. Lo sguardo del Rinascimento

“Non deve lo stile ritrar testa, che prima non l’abbia ritratta la fama”, così raccomandava perentoriamente, intorno alla metà del Cinquecento, il famigerato scrittore Pietro Aretino, fissando con ciò un’istanza che è doppiamente sintomatica per quell’epoca, poiché testimonia da un lato l’enorme fortuna del genere ritrattistico, ma rivela anche, dall’altro, il timore che proprio l’eccesso di diffusione, di sovraesposizione, rischi di compromettere ciò che era allora concepito ancora come un privilegio.

Nel XVI secolo, non tutti indistintamente hanno diritto a un’immagine che immortali la persona. E se nel ritratto si fa strada un crescente desiderio di affermazione e rappresentazione della propria identità, questa va intesa nel duplice senso del termine, non tanto come assoluta individualità, quanto piuttosto come conformità, appartenenza, riconoscibilità. Di qui la formazione di tipologie specifiche, con le loro iconografie e i loro contrassegni ricorrenti: dall’effigie rituale del sovrano agli strumenti dell’umanista, dalla posa affettata del gentiluomo alla retorica ostentata dell’uomo d’armi.

E tra queste, naturalmente, anche quella dell’artista stesso, che talvolta, però, osa e sfida convenzioni e cliché, come Raffaello, la cui geniale presenza aleggia solo indirettamente, attraverso la sua anonima modella, la sua musa ispiratrice, la sua pittura, il suo nome. In un celebre ritratto di Erasmo da Rotterdam, Dürer aveva fatto professione di modestia includendo il distico: “L’immagine migliore la mostreranno le opere”; Raffaello l’avrebbe preso alla lettera.

Raffaello Sanzio, Fornarina.

Sala 17. La Maniera

A partire dai primi decenni del XVI secolo la pittura, italiana e non solo, prende coscienza o, meglio, “costruisce” la coscienza di un proprio disegno storico. L’architetto che darà espressione formale a questo ambizioso progetto è ovviamente Giorgio Vasari. Nelle Vite, la produzione artistica non aspira solo a guadagnare un nuovo e più aristocratico statuto intellettuale, una nuova dignità conoscitiva, ma soprattutto scrive, letteralmente, la propria storia, in un duplice movimento, che è insieme retrospettivo ma anche necessariamente prospettico, o più propriamente teleologico. L’arte guadagna nello stesso tempo la dignitas della memoria del passato e la norma che orienta il futuro di quel progetto.

Le “regole dell’arte” non sono più soltanto l’insieme delle tecniche di bottega che si tramandano da maestro ad allievo e definiscono la tradizione delle scuole, né solo la padronanza di strumenti e competenze professionali ratificati dalla trattatistica, come la pratica della prospettiva o il dominio dell’anatomia umana. Il pittore, l’artista, deve ora misurarsi con la difficile dialettica della perfezione e del progresso, non può ignorare i raggiungimenti dei grandi del suo tempo, il culmine di Michelangelo, eppure è chiamato ad andare oltre.

Ma come rinnovare la “regola”, la “maniera” del tempo, senza tornare indietro o cedere a un arbitrio incontrollato? Come perfezionare la perfezione? Questo è il prezzo che l’arte deve pagare per conquistare la propria storia; questo è il problema della storia dell’arte.

Sala 18. I Barberini

Palazzo Barberini è l’immagine, il ritratto dei Barberini, anzi, più propriamente, il luogo deputato dei ritratti dei Barberini, che la famiglia provvide a moltiplicare a dismisura, praticando un vero e proprio culto della loro immagine e aspirando così a trasformarla in un’immagine di culto, nel senso letterale del termine. Come spiegare altrimenti l’insistito e continuo interesse – che si tramanda di generazione in generazione – per una galleria di effigi rituali che popola i palazzi e le residenze della famiglia, in cui compaiono non solo i protagonisti del presente, ma anche gli avi di un passato che si vuole ovviamente degno e glorioso? È la reinterpretazione, ideologicamente moderna, dell’antico ius imaginum dei Romani, il culto dei ritratti dinastici, e forse non per caso la celebre scultura del cosiddetto “Togato” (oggi al Museo della Centrale di Montemartini a Roma), che è esplicito omaggio all’effigie degli antenati, nel XVII secolo era uno dei vanti della collezione statuaria classica dei Barberini.

Ma questa radiazione iconografica e autobiografica è trasversale a forme e generi figurativi diversi. Nel disegno strategico di autorappresentazione dei Barberini, anche l’allegoria astratta e concettosa, tipica dell’immaginario poetico barocco, può diventare celebrazione della persona, in primo luogo, ovviamente, della persona del pontefice Urbano VIII, il vero artefice della fortuna della famiglia. Ed è proprio la fortunata, “mirabile congiuntura”, astrale e storica, della sua elezione che la volta della Divina Sapienza affrescata da Andrea Sacchi nel 1630 intende commemorare. Arte, politica, religione e scienza hanno ora le fattezze dei Barberini.

Attività didattiche: dal 10 ottobre al 21 novembre 2021 e dal 3 aprile al 29 maggio 2022, ogni domenica alle ore 11.00, in programma i laboratori didattici Ritratti di famiglia a cura dell’Associazione sipArte!: bambini tra i 6 e i 10 anni e famiglie sono invitati a scoprire il nuovo allestimento delle Sale del Cinquecento con un percorso sui ritratti. Massimo 10 partecipanti. Attività gratuita su prenotazione obbligatoria all’indirizzo didattica@siparte.net. Biglietto ridotto con tariffa speciale a 6 euro per gli accompagnatori.

Gianlorenzo Bernini, Autoritratto come David.
Gianlorenzo Bernini, Urbano VIII. Foto Mauro Coen.

Gallerie Nazionali di Arte Antica

PALAZZO BARBERINI: IL NUOVO ALLESTIMENTO DELLE SALE DEL CINQUECENTO

a cura di Flaminia Gennari Santori

con Maurizia Cicconi e Michele Di Monte.

Progetto allestimento di Enrico Quell.

Apertura al pubblico: da venerdì 8 ottobre 2021

Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini

Roma, via delle Quattro Fontane 13

INFORMAZIONI:

www.barberinicorsini.org | gan-aar.comunicazione@beniculturali.it

EVENTO: Riapertura delle sale del Cinquecento restaurate

CURATORI: Flaminia Gennari Santori con Maurizia Cicconi e Michele Di Monte

SEDE: Roma, Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13

APERTURA AL PUBBLICO: dall’8 ottobre 2021

ORARI: martedì – domenica 10.00 – 18.00. Ultimo ingresso alle ore 17.00.

BIGLIETTO: Intero 10 € – Ridotto 2 € (ragazzi dai 18 ai 25 anni).  Gratuito: minori di 18 anni, scolaresche e insegnanti accompagnatori dell’Unione Europea (previa prenotazione), studenti e docenti di Architettura, Lettere (indirizzo archeologico o storico-artistico), Conservazione dei Beni Culturali e Scienze della Formazione, Accademie di Belle Arti, dipendenti del Ministero della cultura, membri ICOM, guide ed interpreti turistici in servizio, giornalisti con tesserino dell’ordine, portatori di handicap con accompagnatore, personale docente della scuola, di ruolo o con contratto a termine, dietro esibizione di idonea attestazione sul modello predisposto dal Miur.

NORME DI ACCESSO:

L’accesso è regolamentato nel rispetto delle norme di prevenzione del contagio disposte dalla legge. Per accedere è necessario esibire la Certificazione verde Covid-19 (Green Pass) in formato analogico o digitale.

Applicazione misure di contenimento pandemia da Covid-19: Al fine di prevenire il contagio da COVID-19, a salvaguardia della salute dei visitatori, le Gallerie Nazionali di Arte Antica assicurano il rispetto della normativa vigente e adottano tutte le misure appropriate e necessarie. Gli orari e le modalità di visita possono variare in funzione della normativa vigente durante il periodo di apertura; in ogni caso sarà adottata e rispettata normativa applicata a musei e luoghi della cultura pubblici.

Fino al perdurare dell’emergenza sanitaria: Per l’accesso è obbligatorio indossare la mascherina e mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro per tutto il tempo di permanenza. Il numero di visitanti potrà essere contingentato per garantire il rispetto delle distanze. È prevista la misurazione della temperatura con termoscanner e non sarà ammesso l’accesso nel caso venisse rilevata una temperatura uguale o superiore a 37.5.

Visite guidate gruppi: Le visite per gruppi di massimo 10 persone (guida inclusa) sono consentite solo su prenotazione al numero 0632810. È possibile effettuare visite di massimo due ore, solo con sistemi radio (auricolari e microfono), con ingresso ogni ora. La permanenza all’interno del museo deve in ogni momento rispettare le norme anti contagio e le indicazioni del personale di sala.

Prenotazione individuale consigliata, obbligatoria per i gruppi al link
https://www.ticketone.it/city/roma-216/venue/palazzo-barberini-16406/

Oppure contattando il numero: 06-32810

 

About Beatrice Pagliani

Beatrice Pagliani
Curiosa e dinamica, appassionata d'arte e fotografia, amante del cinema e dei viaggi.

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