sabato , 24 ottobre 2020
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Le sperimentazioni di André Derain al Museo d’Arte di Mendrisio

Il Museo d’Arte di Mendrisio apre al pubblico una grande personale dedicata al maestro francese André Derain, sino al 31 gennaio 2021.

L’esposizione, a cura del direttore del Museo d’Arte di Mendrisio, Simone Soldini e degli studiosi Francesco Poli e Barbara Paltenghi Malacrida, propone una retrospettiva di ampio respiro su una delle figure artistiche più eclettiche del ‘900, André Derain, definito “sperimentatore controcorrente” poiché molti furono gli ambiti della ricerca artistica (pittura, scultura, teatro, collezionismo, persino gioielli realizzati in collaborazione con il grande orafo francese François Hugo); altrettanto originale e meritevole di approfondimento la capacità di recuperare un certo arcaismo nella pittura quando le avanguardie artistiche, di cui peraltro all’inizio del XX secolo egli stesso fu uno dei massimi protagonisti, procedevano in tutt’altra direzione.

Derain in posa nel suo atelier davanti a un’opera di Jerome Bosch, anni Trenta, Photo Meurisse Archives G.Taillade Parigi

Amico di Picasso, Matisse, Braque, Giacometti, la sua pittura influenzò molte delle scelte successive anche in ambito italiano (Carlo Carrà tra tutti) e certamente anche in vita fu riconosciuto come uno degli artisti più poliedrici e innovatori del suo tempo: negli anni Venti e Trenta raggiunse un grande successo internazionale, ma a causa di questo cambiamento di rotta, pur mantenendo una posizione di primissimo piano sulla scena artistica parigina, venne criticato dall’ambiente dell’avanguardia. André Breton, che era suo grande ammiratore, lo accusò (al pari di Giorgio de Chirico) di aver esaurito la sua autentica vena creativa e di essersi rifugiato in una dimensione nostalgica della tradizione, inaridendo il suo incontestabile talento. Dagli anni ‘40 la sua fama conobbe alterne fortune, in parte dovuta proprio alle sue scelte stilistiche “in direzione opposta e contraria” al gusto del momento. All’indomani della sua morte, nel 1954, il Musée d’art moderne di Parigi gli rese un grande tributo.

 

André Derain Geneviève à la pomme
1937-1938
Collezione Geneviève Taillade
© 2020, ProLitteris, Zurich

La mostra si avvale della preziosa collaborazione degli Archivi André Derain e dei prestiti di alcuni prestigiosi musei francesi e di collezioni private: 70 dipinti, 30 opere su carta, 20 sculture, 25 progetti per costumi e scene teatrali, illustrazioni di libri e alcune ceramiche ripercorrono la creatività vulcanica e l’attività poliedrica dell’artista, raccontato inoltre da un ottimo documentario posto all’ingresso del percorso museale, dove campeggia anche una grande fotografia dell’artista che ce ne restituisce la possente fisicità e l’indiscutibile carisma che esercitò in vita, così come testimoniato da molti suoi contemporanei.

Il Direttore del Museo di Mendrisio Simone Soldini e la cutratice Barbara Paltenghi Malacrida

Chi amò particolarmente l’opera di Derain fu Alberto Giacometti. Al grande artista svizzero piaceva in particolar modo la capacità di Derain di cambiare stile rifacendosi alla tradizione dell’arte antica. Derain rimase sempre legato alla pittura figurativa – il ritratto, il paesaggio, le nature morte – e trovò ispirazione dall’arte greca e romana, fino ai grandi maestri dell’Ottocento.

All’amico Giacometti dedicò un testo sulla rivista Derrière le miroir del 1957, una testimonianza commossa, considerata da molti critici il più bel tributo mai dedicato al maestro francese: “[…] Uscendo dalla mostra di Derain al Musée d’Art moderne nel 1954 – che non solo era stata la conferma di tutto ciò che pensavo del suo lavoro, ma che mi aveva dato molte cose nuove e riempito d’emozione – in omaggio a lui ho realizzato due incisioni. Dal giorno (potrei dire persino qual era il minuto esatto di quel giorno del 1936) in cui una tela di Derain, vista per caso una galleria, mi ha fermato, ecco, da quel momento in poi ogni suo quadro, senza eccezioni, mi ha obbligato a fermarmi, costretto a un lungo sguardo in cerca di ciò che stava al di là. Derain è il pittore che mi appassiona di più, colui che più mi ha dato insegnato dopo Cezanne; per me è il più coraggioso. Ma occorrerebbe dire tutto ciò in un altro modo, iniziare diversamente, spiegare cos’è che mi ha colpito in quella natura morta del 1936, cosa mi ha tanto commosso nella mostra al Musée d’Art Moderne, cos’è che mi inchioda di fronte a ognuno dei suoi quadri, e il suo periodo bizantino (è il solo fra i moderni ad avere un periodo chiamato così), il legame e il conflitto con Cézanne, riandare poi alle pagine dedicate a Derain da Apollinaire nei suoi “pittori cubisti chiuse ” e arrivare, non so ancora a quali conclusioni esattamente – ma tutto ciò io non so o non posso dire, oggi almeno –  ma desidero comunque affermare l’immensa stima per l’opera di Derain è la mia emozione di fronte ad essa.”

André Derain_L’Estaque 1906, Musée des beaux-arts, La Chaux-de-Fonds, Collection René et Madeleine Junod, inv. 1303.06 © 2020, ProLitteris, Zurich

Come afferma in catalogo Simone Soldini:[…] Giacometti comprese che Derain, voltando le spalle al contemporaneo, non cercò rifugio in una sterile maniera accademica, tutt’altro; era invece, quanto lui, affascinato dall’antico, dalla storia dell’arte, alla ricerca di quel mistero-imprendibile- nascosto dietro le apparenze.” E tuttavia -concluse- può darsi che volesse soltanto fissare un po’ l’apparenza meravigliosa, attraente sconosciuta di tutto ciò che aveva attorno a sé “. “L’apparenza meravigliosa”: parole che riportano alla mente le frasi brevi delle note di Derain un po’ criptiche e lapidaria, sull’arte di dipingere, che come tante tessere cercano di ricomporre un grande mosaico. Di certo anche la testimonianza di Giacometti è valsa a cambiare lo sguardo e la prospettiva nei confronti dell’opera di Derain.” E ancora, ricorda Soldini parlando della fortuna di Derain presso i suoi contemporanei, Gertrude Stein sostenne che Derain, con il quale non si sentì mai in sintonia, fu il precursore di tutto, il Cristoforo Colombo dell’arte moderna, incapace però di trarre le dovute conseguenze dalle sue intuizioni lasciando profitto agli altri.

André Derain Portrait d’Iturrino 1914 olio su tela 92 x 65 cm Centre Pompidou, Parigi. Musée national d’art moderne-Centre de création industrielle. Donazione Geneviève Gallibert, 1970 © 2020, ProLitteris, Zurich

Come ben narrato in mostra (che si apre su una ampia sala dove sono raccolte le sculture in bronzo di gusto primitivista – alcune fuse proprio a Mendrisio! – le ceramiche, i bozzetti e il materiali per il teatro) Derain è certamente l’artista che nell’ambito delle avanguardie del Novecento più ha lavorato con le arti sceniche: 13 balletti, due opere liriche, due pièce teatrali. Un’esperienza di grande portata che non si limitò all’aspetto visivo ma coinvolse anche quello musicale: come ricorda la curatrice Barbara Paltenghi Malacrida, che ha analizzato questo tema in particolare, Derain, che era anche un ottimo musicista, sceglieva le musiche, lavorava alle coreografie e persino al trucco di scena: una personalità onnivora ed estremamente versatile.

L’artista ha formato con Henri Matisse e Pablo Picasso la triade di artisti che ha completamente cambiato a livello mondiale l’arte del Novecento: è stato l’erede dell’Impressionismo e l’iniziatore della pittura Fauve: Derain e il suo grande amico Henri Matisse trascorsero vari anni a dipingere insieme i paesaggi di mare a Collioure, nel Sud della Francia: i due diedero vita tra il 1905 e il 1910 a un movimento per il quale si coniò il termine Fauve, cioè il gruppo dei “Selvaggi”, a causa dei vivacissimi, infuocati colori che caratterizzavano le loro opere. Ma Derain fu anche uno dei padri del Cubismo.

André Derain Bozzetto per “Jack in the box” 1926 gouache 31,8 x 25 cm Chancellerie des Universités – Bibliothèque littéraire Jacques Doucet, Paris © 2020, ProLitteris, Zurich

Derain e Picasso collaborarono tra di loro e si studiarono reciprocamente, si frequentarono molto e la loro amicizia durò fino agli anni Trenta. Fu Derain a introdurre Picasso nel mondo dell’arte africana e con Derain Picasso fece i primi passi verso il Cubismo. Entrambi furono amanti della mondanità, uomini di grande successo, celebrità delle arti del XX secolo. Ma se la fortuna di Picasso crebbe per tutto il secolo, quella di Derain ebbe un brusco, momentaneo declino dopo la seconda guerra mondiale, complice il mondo delle gallerie d’arte e del mercato. Anche Braque fu molto vicino all’artista: Braque e Derain strinsero amicizia proprio verso il 1909 e per vari anni vissero l’uno vicino all’altro. Nel periodo in cui dipinsero insieme nel quartiere parigino della Ruche, Braque apprezzò molto il Primitivismo di Derain e quest’ultimo guardò molto al moderno classicismo di Braque. Dei suoi vecchi amici, Braque fu l’unico ad aiutare Derain nei momenti di difficoltà, subito dopo la seconda Guerra Mondiale.

André Derain_Femme au long cou post 1938 bronzo, Collezione privata, Montagnola © 2020, ProLitteris, Zurich

Ma già dagli anni ‘20 Derain fu uno dai primi a compiere un deciso ritorno al Classicismo: nel 1925 dichiara: «Che ingenuità o che debolezza parlare di inquietudine della pittura moderna!», Derain non può sfuggire alla sua condizione di artista moderno e la direzione “inattuale” della sua impronta stilistica non annulla affatto la dimensione esistenziale ed estetica di quell’inquietudine (e neanche la sua originalità) ma la trasferisce su un piano operativo differente, in modo affascinante e paradossale. La sua ricerca è caratterizzata dalla singolare raffinatezza intellettuale dei suoi continui scarti stilistici e da un’ossessiva volontà di spingere la pratica pittorica sull’orlo dell’abisso del nulla, nell’ostinata e impossibile intenzione di arrivare a cogliere «il segreto delle cose» attraverso quella che lui definisce «archipeinture».

André Derain_Portrait de Geneviève en bleu 1937-1938 olio su tela 35 x 28 cm Collezione privata © 2020, ProLitteris, Zurich

Soldini ricorda Derain anche come grande collezionista e bon vivant: “Amava vivere attorniato da lusso, abitando in case principesche, acquistando Bugatti e frequentando i salotti mondani. Collezionò innumerevoli oggetti, libri, strumenti e naturalmente opere d’arte oltre 300 pezzi di pregio accatastati sul pavimento e sui mobili, saltando dalla scultura del Benin al vaso precolombiano, dalla scultura arcaica greca alle cineserie settecentesche, dalla scultura gotica ai bronzetti rinascimentali, dal dipinto attribuito a Bosch a quelli di Corot, Courbet, Renoir.” Nell’ultima fase della sua vita, come ben si può notare da una serie di pitture dove predominano i neri e le atmosfere cupe (si noti l’inquieto Autoritratto con pipa della prima metà degli anni ’50), Derain si isolò sempre di più, e non bastò la già citata mostra postuma al Musée National d’Art Moderne di Parigi nel 1954 (anno della sua scomparsa) per riportare l’attenzione della critica dominante sulla sua opera, di cui è apprezzato solo il primo periodo avanguardista. Per l’avvio di una vera rivalutazione dell’artista in chiave più attuale bisogna aspettare fino a quando la sua complessa e apparentemente contraddittoria avventura artistica viene riletta da una prospettiva critica postmoderna e non più soltanto all’interno di una visione evolutiva dell’arte scandita dal succedersi delle tendenze moderniste. Importante in questo senso è stata, in particolare, la grande retrospettiva al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1994-95) intitolata significativamente Le peintre du trouble moderne.

André Derain La Clairière, ou le déjeuner sur l’herbe 1938_Association des Amis du Petit Palais, Ginevra © 2020, ProLitteris, Zurich

Nel percorso museale della mostra, per ciò che concerne la pittura, viene analizzata in particolare l’evoluzione e le sperimentazioni stilistiche e tematiche, oltre ai numerosi riferimenti impliciti o espliciti dei più diversi territori dell’arte di tutte le epoche. E questo non già suddiviso per cronologia ma piuttosto seguendo intelligentemente una declinazione tematica articolata nei vari generi e suddivisa per sale: il paesaggio, la natura morta, il ritratto (si noti il bellissimo dipinto che ritrae il pittore spagnolo Francisco Iturrino, proveniente dal Centre Pompidou di Parigi o lo splendido Geneviève à la pomme, scelta come immagine guida della mostra) il nudo femminile, le composizioni più articolate sino allo straordinario arazzo L’Age d’Or (1938- 1946) oggi presso la Collezione Isabelle Maeght a Parigi o l’interpretazione in chiave rubensiana del déjeuner sur l’herbe nel dipinto La Clairière (Association des Amis du Petit Palais, Geneve). Il curatore Francesco Poli segnala tra i dipinti La bohèmienne del 1920, un ritratto di gitana di grande potenza in cui  si può apprezzare in pieno la dimensione cromatica della sua palette, tutta costruita sui toni del nero, grigio, dei verdi scuri, dei rossi pompeiani; un dipinto costruito sul contrasto tra la stoffa e il viso, di grande espressività nel rigore dei tratti, nella luminosità che non proviene dall’esterno ma è insita nel quadro, magistralmente al servizio del pittore, primario elemento di costruzione compositiva.

 

Un catalogo di circa 230 pagine, edito dal Museo d’arte Mendrisio, documenta con fotografie storiche e schede tutte le opere in mostra, introdotte dai contributi di studiosi e curatori e seguite dai consueti apparati riportanti una bibliografia scelta e una selezione delle esposizioni. Vengono inoltre pubblicati alcuni testi teorici esemplari dell’artista, tradotti per la prima volta in italiano.

 

Per info

André Derain

Sperimentatore controcorrente

Museo D’Arte Mendrisio

About Paola Stroppiana

Paola Stroppiana
Paola Stroppiana (Torino, 1974) è storica dell’arte, curatrice d’arte indipendente e organizzatrice di eventi. Si è laureata con lode in Storia dell’Arte Medioevale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, città dove ha gestito per più di dieci anni una galleria d'arte contemporanea. Collabora con diverse testate per cui scrive di arte e cultura. Si interessa a nuovi percorsi d’indagine come il gioiello d’artista e le ultime tendenze del collezionismo contemporaneo, argomenti sui quali ha tenuto conferenze presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, Il Museo Civico di Arte Antica e la Pinacoteca Agnelli di Torino, il Politecnico di Milano.

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