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Intervista a Paolo Ventura, l’artista della città nuova

Paolo Ventura, La città nuova
Fino al 31 luglio 2021, MARCOROSSI artecontemporanea

Vi siete mai chiesti cosa sareste diventati se la vostra vita avesse preso una strada diversa? Paolo Ventura, l’artista della città nuova, avrebbe fatto il cantautore. Così ha risposto ad una delle mie domande nell’intervista, realizzata per Canale ARTE, sui suoi ultimi lavori visitabili virtualmente o in Galleria ancora per poco a Milano, Pietrasanta, Torino e Verona.

Paolo Ventura, 2021, La città nuova – Verona

Quale storia raccontano i 40 scatti in mostra a Milano, Pietrasanta, Torino e Verona?
Lo spazio urbano e l’architettura di una città, Milano. Nella mia visione la città appare come una costruzione di solidi e ad interessarmi è il sovrapporsi di stili e di forme, soprattutto a Milano che ha un’identità architettonica così varia.
Il racconto è arricchito da alcuni lavori tridimensionali, già esposti in occasione dell’ultima mia mostra allo spazio CAMERA di Torino, dove avevo ricreato un enorme area urbana. Protagonista è sempre la città, ma rappresentata in modo diverso.

Cosa l’ha guidata nella scelta dei luoghi di Milano rappresentati?
Solo l’aspetto estetico, le linee e la disposizione degli edifici, non ci sono altre ragioni. Ho scelto luoghi che fossero funzionali all’immagine che volevo creare. Nella prima parte di questo progetto c’è molto razionalismo italiano, Portaluppi, Muzio e le avanguardie degli anni ’30 perché sono edifici molto grafici e proseguirò seguendo questo criterio.
Lo scatto in sé è molto poco importante per me, volendolo poi trasformare completamente. Sono fotografie fatte dal cellulare con inquadrature semplici, pensate ma molto più spesso casuali, che poi rielaboro in uno spazio metafisico, surreale, nuovo, andando a togliere tutto quello che mi disturba. I luoghi restano riconoscibili, ma della città di tutti i giorni che noi conosciamo restano solo i cavi, perché mi piacciono le linee grafiche che disegnano nell’aria.

Da cosa è nata l’esigenza di modificare la realtà che ha ritratto nei suoi scatti?
Ho iniziato a pensare di rappresentare città reali dopo aver lavorato per tanto tempo alla costruzione di scene urbane immaginarie. La città è rimasta il filo conduttore nei miei lavori, ma le ho tolto ogni riferimento temporale e sociale.
Questo lavoro non si discosta molto dai miei precedenti anche se qui ho seguito un processo opposto. Sono partito, infatti, da un dato reale per andare poi a modificarlo. In questi scatti sottraggo elementi o li copro con la pittura per avvicinare l’immagine della città reale alla mia rappresentazione surreale del mondo.

L’esigenza di creare un nuovo ordine è figlia delle riflessioni portate dalla particolare fase storica che stiamo vivendo?
Le città sono sempre state luoghi di vita, affollate di persone, mezzi di trasporto, cartelli stradali, insegne. La Pandemia ha ribaltato la situazione. Cosa diventa una città se le togliamo i suoi abitanti? Si trasforma improvvisamente in una serie di scenografie teatrali vuote, un luogo inospitale dominato dal silenzio. La città torna ad essere “natura”, nel senso di luogo in cui è assente la presenza umana. Ne ho voluto dare una mia lettura attraverso una visione unica della città in cui non ho aggiunto o modificato nulla, ho solo tolto giocando con le forme solide. Nella mia città è la vita che manca.

Siamo di fronte ad un cambiamento evolutivo dell’uomo e del suo rapporto con la città?
La città vuota è stato un miraggio durato pochissimo, ma ci ha fatto e ci farà riflettere, non solo sugli effetti della Pandemia, ma anche sulla città come luogo dell’abitare. In un certo senso è stato un privilegio assistere a questo cambiamento epocale. Le città andranno ripensate, ma la pandemia ha solo accelerato una trasformazione che era già in atto. Milano aveva già perso la sua identità, consegnando il proprio centro storico a uffici, bar, ristornati e catene di brand tutti uguali e distruggendo il tessuto urbano presente fino agli anni ’70 e ‘80.
La pandemia poi ha portato lo smart working. Cosa succederà adesso? La gente tornerà in ufficio? Le aziende abbandoneranno lo smart working ora che ne hanno assaggiato i vantaggi? Milano dovrà fare i conti con sé stessa.

Paolo Ventura, 2021, La città nuova – Esterno

Ha in progetto un Libro d’Artista ispirato da questo nuovo mondo dechirichiano?
Gli scatti in mostra alla Galleria Marcorossi sono solo l’inizio di un lavoro che voglio continuare nei prossimi anni e penso che realizzerò un vero e proprio libro fotografico, non un libro d’artista.

PITTURA, FOTOGRAFIA E SCRITTURA sono inscindibili nella sua arte?
Mi piace utilizzare tutto pittura, fotografia, grafica, parole, e mescolarle insieme. Scelgo molto istintivamente di volta in volta quello che mi piace di più a seconda del progetto che sto realizzando. A legare tutto ci vorrebbe la musica, perché la musica ti prende prima nella pancia e poi nella testa. È una delle forme d’arte più completa che esista, ma non sono musicista purtroppo.
Sono un fotografo anomalo però, per me la fotografia è un’illusione, la pittura rappresenta la realtà. Fotografare è un atto meccanico che non mi dà nessuna gioia. Dipingere, invece, è un atto di concentrazione, è una forma di alterazione dello stato di coscienza e anche di preghiera. Nella fotografia hai a che fare con un oggetto che si interpone tra te e la realtà. Un processo indiretto e freddo porta all’opera finita, la stampa, anche se oggi il digitale lo ha semplificato molto rispetto a quando si usavano le pellicole. La fotografia è un lavoro pulito, a me invece piace sporcarmi. Dipingere è stato quasi un bisogno, quello di lavorare manualmente sull’opera.
La fotografia mi piace in un libro d’arte perché diventa oggetto, le mostre di fotografia invece mi annoiano. Della fotografia non mi piace la mono dimensionalità, la trovo piatta. Intervengo pittoricamente a mano, perché mi piace che la fotografia acquisti una terza dimensione grazie alla matericità del colore.

Come sta cambiando il rapporto tra Artista, Gallerista e Collezionista con il digitale?
Anche in questo caso siamo di fronte ad una rivoluzione che era già in atto. Tutti i galleristi con cui parlavo, da Hong Kong a Matera, mi dicevano che il pubblico non andava più in galleria eccetto per l’evento di opening di una mostra. La pandemia ha dato un’accelerazione violentissima a questa tendenza, che cresce in parallelo all’aumentare delle aste on line che possono contare su numeri da capogiro e collegamenti da tutto il mondo. Certo i collezionisti torneranno a frequentare le aste e lo stesso accadrà nelle gallerie, ma non si tornerà più indietro alle presenze pre-pandemia.
L’acquisto di opere d’arte su block chain, un fenomeno nuovo che ha terremotato il mondo dell’arte contemporanea con investimenti enormi, è l’esempio perfetto per capire cosa stia accadendo.
E noi artisti? Sempre più spesso non siamo presenti fisicamente in mostra per raccontare a buyer e collezionisti le nostre opere, ma lo facciamo attraverso i video, soprattutto per mostre che si tengono all’estero.

Nelle interviste che ha fatto nel corso della sua carriera artistica, c’è qualcosa che nessuno le ha chiesto ma avrebbe sempre voluto raccontare?
Non mi hanno mai chiesto che cosa avrei voluto fare se non avessi fatto il fotografo o il pittore. Avrei risposto che volevo fare il musicista e comporre una mia musica originale.
Quale strumento avrebbe scelto? La chitarra. Avrei voluto fare il cantautore. Il cantautore è un poeta e un narratore allo stesso tempo, è un musicista nella sua forma più alta secondo me.

MARCOROSSI artecontemporanea
www.marcorossiartecontemporanea.net

Paolo Ventura, 2021, La città nuova – Pietrasanta

About Diana Cicognini

Diana Cicognini
Diana. Dea cacciatrice! Il mio territorio è Milano, la mia preda l'Arte ... che racconto, scrivo, disegno e metto in mostra. Giornalista pubblicista, la mia Nikon mi accompagna sempre per testimoniare la bellezza e là dove il mio obiettivo fotografico non arriva...un grazie dichiarato ad artisti, gallerie ed uffici stampa che mi concedono "uno scatto" per le mie parole.

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