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Cartier e l’Islam, una grande mostra al Musée des Art Décoratifs di Parigi

Sino al 20 febbraio 2022, il Musée des Arts Décoratifs di Parigi presenta “Cartier et les arts de l’Islam. Aux sources de la modernité”, coprodotto con il Dallas Museum of Art e la collaborazione del Musée du Louvre e della Maison Cartier.

Portrait de Louis Cartier; Atelier de Nadar, 1898 Photo © Ministère de la Culture – Médiathèque de l’architecture et du patrimoine

 

Prestigioso il comitato curatoriale: Evelyne Possémé, curatore capo di gioielli antichi e moderni, Musée des Arts Décoratifs, Parigi; Judith Henon- Raynaud, curatrice e viceDirettrice del Dipartimento di Arte Islamica del Musée du Louvre di Parigi; Sarah Schleuning, senior curator of Decorative Art and Design presso il Dallas Museum of Art; Heather Ecker, curatrice di Arte Islamica e Medievale presso il Dallas Museum of Art.

Collier «hindou» — Cartier Paris, 1963. Nils Herrmann Collection Cartier © Cartier

 

La mostra intende illustrare al grande pubblico le influenze dell’arte persiana e indiana sulla produzione di gioielli e oggetti preziosi della celebre Maison dall’inizio del XX secolo ai giorni nostri, evidenziandone l’impatto estetico e culturale che rivestì nei primi decenni del Novecento a Parigi, in Europa e a livello internazionale. Più di 500 pezzi – gioielli e oggetti della Maison Cartier, capolavori dell’arte islamica, disegni, libri, fotografie e documenti d’archivio – tracciano l’origine e la storia di questo particolare interesse.

Diadème — Cartier, Londres 1936 Platine, diamants, turquoises Vincent Wulveryck Collection Cartier © Cartier

 

Il desiderio di collezionare oggetti di gusto islamico, in particolare di Louis e Jacques Carter, ha avuto un ruolo non secondario nella nascita di una nuova estetica intrisa di modernità nell’alta gioielleria, a partire dal geometrismo e dal senso della composizione cromatica, estetica che molto ha influito sul gusto del primo Novecento, anticipando stilemi propri dell’Art Decò e molti dei motivi distintivi dello stile Cartier nei decenni successivi.

 

Pannello di rivestimento in ceramica — Iran Fin xive – xve siècle Mosaïque de céramique Paris, musée du Louvre, département des Arts de l’Islam, dépôt du Musée des Arts Décoratifs, Paris Photo © Musée du Louvre, Dist. RMNGrand Palais / Raphaël Chipault

 

Creata nel 1847 da Louis-François Cartier, la Maison Cartier inizialmente era specializzata nella vendita di gioielli e oggetti d’arte: porcellane di Sèvres, Mennecy e vari oggetti (piccoli dipinti, cornici, gioielli indiani o rinascimentali). Il figlio di  Louis-François, Alfred,  ebbe tre figli, Louis (1875-1942), Pierre (1878-1964) e Jacques (1884-1941). Nel 1899 la Maison la Casa si trasferì al 13 di rue de la Paix, allora luogo di eccellenza per la moda e la gioielleria. Nel 1902, l’anno dell’incoronazione di Edoardo VII, Cartier aprì una filiale a Londra sotto la direzione di Pierre e successivamente, dal 1906, di Jacques. Nel 1909 Alfred aprì una nuova filiale a New York, che affidò a Pierre, conferendo una dimensione internazionale alla Maison. Pochi anni più tardi Alfred instituì anche uno studio di designer e quindi, nel 1929, un laboratorio di produzione (1929). All’inizio del XX secolo Louis e Jacques, nipoti del fondatore, erano alla ricerca di nuove fonti di ispirazione. Parigi era allora il centro internazionale del commercio dell’arte islamica ed è certamente grazie alle grandi mostre organizzate nel 1903 al Musée des Art Décoratifs di Parigi e nel 1910 a Monaco di Baviera che questa si impose anche agli occhi del mondo occidentale.

 

P Shah, Attribuito à Mihr ‘Ali, olio su tela, Iran, 1800-1806 Paris, musée du Louvre, département des Arts de l’Islam
Dépôt du Château © RMN-Grand Palais (musée du Louvre) /Hervé Lewandowski

 

Lo studio dell’arte islamica si affermò come disciplina a sé stante all’inizio del XX secolo; gli sviluppi politici internazionali avevano contribuito a questo processo: l’indebolimento dei grandi imperi islamici di fronte all’avidità coloniale occidentale aveva incoraggiato l’esodo delle opere d’arte verso l’Europa,  in particolare verso Parigi. Presentate alle grandi mostre del primo Novecento, queste opere furono accolte con molta attenzione, impattando fortemente artisti e creatori contemporanei dell’epoca con la forza di una “rivelazione” e scatenando una moda per tutto ciò che era considerato “persiano”. Con l’Union Centrale des Beaux-Arts Appliqués à l’Industrie – creata nel 1864 e ribattezzata Union Centrale des Arts Décoratifs (UCAD) nel 1882 – emerse un nucleo di appassionati d’arte che contribuirono allo sviluppo di una nuova disciplina dedicata allo studio dell’arte islamica: la mostra del 1893 al Palais de l’Industrie segnò uno spartiacque come prima mostra di arte “musulmana” – un nome che ora prevaleva sulle precedenti arte “saracena” e “araba”. Le opere esposte erano di notevole qualità e gli obiettivi evidenti della mostra erano di ripercorrere la storia dell’arte orientale e di stimolare la creatività occidentale.

 

Nécessaire — Cartier Paris, 1924 Or, platine, nacre, turquoises, émeraudes, perles, diamants, émail Nils Herrmann Collection Cartier © Cartier

 

L’Exposition des Arts Musulmans del 1903, organizzata a Parigi, fu il primo evento scientificamente rigoroso del suo genere. Organizzata dal giovane curatore del Louvre, Gaston Migeon, e sostenuta dall’UCAD e da una rete di collezionisti parigini, era caratterizzata da una rigorosa selezione di opere d’arte islamica, in netto contrasto con l’orientalismo più corrivo delle mostre che si tenevano sull’argomento. L’altro evento maggiormente significativo si tenne in Germania nel 1910 a Monaco di Baviera: qui fu organizzata la mostra Meisterwerke Muhammedanischer Kunst”, un’esposizione senza precedenti dedicata all’arte islamica, con oltre 3500 opere provenienti da collezioni istituzionali e private, in particolare francesi; l’obbiettivo dei curatori era quello di stimolare la creatività artistica contemporanea e di posizionare l’arte islamica alla pari con tutte le altre produzioni artistiche dimostrandone il suo valore intrinseco. La mostra del 1910 segnò senza dubbio un punto di svolta: si distaccò dall’idea precedentemente dominante di orientalismo e fantasia esotica e portò a una considerazione obiettiva della cultura visiva del mondo islamico.

Bouton — Inde, xviiie siècle Jade, or, rubis, émeraudes sertis en kundan Paris, musée des Arts décoratifs © MAD, Paris / Jean Tholance

 

Attraverso un percorso tematico e cronologico declinato in due parti, la mostra ripercorre l’origine di questo interesse per le arti e l’architettura dell’Islam attraverso il contesto culturale parigino dei primi del Novecento. L’ispirazione proveniente dalla conoscenza approfondita dei gioielli orientali contribuì significativamente al rinnovamento dello stile delle Maison: mandorle, palmette, fiori, uccelli, tigri, squame, costituirono un vasto repertorio di motivi da cui attingere. Louis Cartier in persona propose anche nuove combinazioni di colori e materiali (lapislazzuli e turchese, giada o smeraldo e zaffiro…) e introdusse nuove tecniche di lavorazione ispirate al mondo indo-persiano. La flessibilità dei gioielli indiani fu modello per soluzioni innovative, nuovi telai e assemblaggi. L’integrazione di parti di gioielli con frammenti di oggetti islamici, e l’uso di tessuti orientali per creare borse e accessori furono uno dei segni creativi della Maison all’inizio del XX secolo. La seconda parte illustra il repertorio di forme ispirate alle arti dell’Islam dall’inizio del XX secolo ai giorni nostri. Dall’introduzione, il visitatore è immerso nel cuore delle forme e dei motivi: le creazioni emblematiche della Maison Cartier sono messe a diretto confronto con i capolavori delle arti dell’Islam.Tra i designer, Charles Jacqueau, la cui collezione di disegni è qui presentata grazie all’eccezionale prestito del Petit Palais, Museo di Belle Arti della Città di Parigi.

Décoration arabe — Études de motifs décoratifs (détail) D’après la Grammaire de l’ornement de Jones Cartier Paris, vers 1910 Crayon graphite et encre sur papier transparent Archives Cartier Paris © Cartier

 

La mostra prosegue con un focus su Jacques Cartier e i viaggi che intraprese in India, nel 1911, per incontrare i principi della penisola e allargare il commercio di pietre preziose e perle; questo gli permise di entrare in stretto contatto con i maharaja e gli diede la possibilità di collezionare gioielli antichi e moderni, rivendendoli o ricomponendoli in nuove creazioni. Anche Louis era solito acquistare regolarmente pezzi orientali, che iniziò anche a collezionare per se stesso. Come accennato, la mostra di arte islamica del 1910 a Monaco di Baviera e l’arrivo sul mercato delle più belle pagine dell’arte libraria persiana e indiana sembrano essere all’origine di un interesse che non verrà mai meno, tanto che Louis presterà diverse opere della sua collezione privata – manoscritti, dipinti e oggetti intarsiati provenienti dall’Iran e dall’India del XVI e XVII secolo – per la successiva mostra del 1912 dedicata alle “miniature persiane”, organizzata al Musée des Art Décoratifs di Parigi. Louis non rese mai pubbliche le proprie collezioni, oggi disperse, ricostituite e presentate qui per la prima volta grazie agli archivi della Maison Cartier (libri di repertorio, fatture, negativi su lastra di vetro) e alle pubblicazioni e ai cataloghi delle mostre a cui ha partecipato.

Veduta dell’esposizione © MAD, Paris / Christophe Dellière

 

Una passione che si tradurrà visivamente nei gioielli: la Maison Cartier realizzò nuovi modelli le cui linee erano ispirate a composizioni geometriche delle arti dell’Islam che adornavano i libri ornamentali. Decorazioni in mattoni smaltati dell’Asia centrale e rigorose linee geometriche costituirono poi la base di un repertorio estetico che diede l’avvio all’ “Art Deco” – in riferimento all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative e Industriali Moderne di Parigi nel 1925 – e che molto presto condusse la Maison a rappresentare un linguaggio decisamente moderno. La produzione della Maison sotto la direzione artistica di Louis Cartier fu particolarmente ispirata al mondo iraniano e alle arti del libro. I motivi che adornano le rilegature – come il medaglione centrale circondato da fiori e pennacchi – sono talvolta ripresi così come sono, ma sono più spesso scomposti e ricomposti in modo tale da creare un motivo del tutto originale. Louis innova con nuove combinazioni di colori e materiali, sposando lapislazzuli e turchese, combinando il verde della giada o dello smeraldo con il blu del lapislazzuli o dello zaffiro per creare la sua famosa “decorazione pavone”. Una su tutte, la celeberrima linea “Tutti Frutti” destinata a caratterizzare lo stile della Maison,ancora oggi cifra distintiva della Maison Cartier e ambita da collezionisti di tutto il mondo.   Quando Louis Cartier si ritirò nel 1933 affidò la direzione artistica a Jeanne Toussaint (1887-1976), che aveva lavorato a lungo al suo fianco. La Toussaint, ella stessa collezionista di gioielli indiani, come alcuni dei suoi clienti, seguirà l’impulso dato da Louis Cartier portando avanti la ricerca sullo stile e sulla cultura dell’arte islamica, in particolare sui gioielli indiani, che nuova fortuna ebbero nella cultura hippie degli anni ’70.

 

Veduta dell’esposizione, particolare © MAD, Paris / Christophe Dellière

 

PER INFO

CARTIER ET LES ARTS DE L’ISLAM. AUX SOURCES DE LA MODERNITÉ

MAD Musée des Art Décoratifs, Paris

Fino al 20 febbraio 2022

About Paola Stroppiana

Paola Stroppiana
Paola Stroppiana (Torino, 1974) è storica dell’arte, curatrice d’arte indipendente e organizzatrice di eventi. Si è laureata con lode in Storia dell’Arte Medioevale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, città dove ha gestito per più di dieci anni una galleria d'arte contemporanea. Collabora con diverse testate per cui scrive di arte e cultura. Si interessa a nuovi percorsi d’indagine come il gioiello d’artista e le ultime tendenze del collezionismo contemporaneo, argomenti sui quali ha tenuto conferenze presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, Il Museo Civico di Arte Antica e la Pinacoteca Agnelli di Torino, il Politecnico di Milano.

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