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mercoledì , 17 ottobre 2018
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Christopher Richard Wynne Nevinson, Ypres After the First Bombardment

“Aftermath”: l’arte del dopoguerra alla Tate

La mostra “Aftermath: Art in the Wake of World War One”, allestita alla Tate Britain di Londra fino al 23 settembre, esplora l’impatto del primo conflitto mondiale sull’arte

A cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale (1918-2018), la mostra “Aftermath: Art in the Wake of World War One”, allestita alla Tate Britain di Londra e aperta al pubblico fino al 23 settembre, esplora l’impatto che ha avuto il conflitto sull’arte inglese, tedesca e francese.

Prima esposizione a mettere al centro dell’osservazione la cultura dei memoriali insieme ai nuovi sviluppi nell’arte del dopoguerra, racconta i modi con cui gli artisti risposero, dal punto di vista fisico e psicologico, alle ferite provocate dalla guerra e alle cicatrici rimaste sul continente europeo.

Edward Burra, The Snack Bar
© Gli eredi di Edward Burra, per gentile concessione di Lefevre Fine Art, Londra

“Aftermath” riunisce oltre 150 opere realizzate nel periodo che va dal 1916 al 1932 da artisti come George Grosz, Fernand Léger e C.R.W. Nevinson. In questi anni tumultuosi, gli artisti iniziarono a esplorare nuovi immaginari e nuovi modi di fare arte, in risposta all’esperienza della guerra, alla cultura del ricordo e al periodo di ricostruzione attraversato dalle città e dalla società stessa.

La Prima guerra mondiale iniziò a trovare posto nella memoria – a venire costruita nell’immaginario collettivo come avvenimento storico – praticamente fin dal momento del suo inizio. Durante il conflitto gli artisti crearono opere che riflettevano su quelli che già immaginavano sarebbero stati effetti sul lungo periodo.

Christopher Richard Wynne Nevinson, Paths of Glory
© IWM (Art.IWM ART 518)

I campi di battaglia e le immagini di tombe di soldati, come quelle dipinte in “A Grave in a Trench” di William Orpen e “Tombe d’un soldat serbe a Kenali” di Paul Jouve, entrambi del 1917, evocano silenzio e assenza alla fine di una battaglia.

Dopo l’armistizio vennero creati i memoriali pubblici, intesi come luogo simbolo del lutto e del ricordo. Molti artisti – inclusi Käthe Kollwitz, André Mare e Charles Sargeant Jagger – lavorarono a memoriali scultorei per commemorare colore che avevano perso la vita nel conflitto.

La mostra alla Tate Britain analizza le diverse forme assunte dai memoriali, e la loro importanza in termini di coesione sociale e politica in un momento tanto delicato come il dopoguerra. Esposti anche esempi più personali di memoriale, creati utilizzando reperti provenienti dal campo di battaglia, come schegge di granate.

George Grosz, Grey Day
© Eredi di George Grosz, Princeton, N.J. 2018.

Le ferite dei soldati rappresentavano una forma alternativa di memoriale, scolpito nella carne piuttosto che nella pietra, e le menomazioni dei veterani erano un lascito permanente e un monito del terribile costo che esige la guerra.

Opere come “Grey Day” di George Grosz (1921) e “Prostitute and Disabled War Veteran” di Otto Dix (1923) hanno utilizzato immagini di veterani disabili per dimostrare le disuguaglianze presenti nella società tedesca. In Francia, i veterani erano parte integrante della cultura delle cerimonie commemorative. In Gran Bretagna, infine, immagini di soldati feriti come quelle dipinte da Henry Tonks venivano spesso utilizzate in contesti di terapia e guarigione.

Il periodo turbolento tra le due guerre mondiali vide anche la nascita dei movimenti Dadaista e Surrealista nelle opere, tra gli altri, di Hannah Höch, Max Ernst, André Masson e Edward Burra. Gli artisti cercarono nuove forme visivi per processare esperienze e ricordi dolorosi come quelli del conflitto.

Hannah Hoch, Dada Rundschau
© DACS, 2018

Hannah Höch, nei suoi fotomontaggi dadaisti, riutilizzava immagini belliche, mentre corpi sventrati e protesi di arti sono presenti in opere come “The Petit-Bourgeois Philistine Heartfield Gone Wild” (Electro-Mechanical Tatlin Sculpture) di George Grosz e John Heartfield (1920).

Oltre alle ferite fisiche e psicologiche lasciate in Europa, la mostra alla Tate Britain racconta anche il modo in cui la società iniziò a ricostruirsi dopo la guerra, spingendo artisti come Georges Braque, Christian Schad e Winifred Knights a volgersi verso il mondo classico e la tradizione, e altri come Fernand Léger, Paul Citroen e C.R.W. Nevinson ad aprirsi a visioni di un futuro tecnologico per le città moderne.

William Roberts, The Dance Club (The Jazz Party)
© Eredi di John David Roberts. Per concessione di Treasury Solicitor

“Aftermath: Art in the Wake of World War One”, a cura della dottoressa Emma Chambers e della dottoressa Rachel Rose Smith, è accompagnata da un ricco catalogo e da un programma di incontri ed eventi alla galleria londinese per tutto il periodo della mostra.

Un percorso attraverso le ferite lasciate dalla prima guerra mondiale sulle persone, le città, la società stessa e sul modo con cui queste sono state interiorizzate e rese nelle loro opere dagli artisti inglesi, francesi e tedeschi. Un percorso all’insegna del ricordo, della celebrazione. Un monito a non dimenticare.

 

Aftermath: Art in the Wake of World War One

Tate Britain, Linbury Galleries
Millbank, Londra SW1P 4RG

5 giugno – 23 settembre
Da lunedì a domenica 10.00-18.00

About Roberta Turillazzi

Roberta Turillazzi
Giornalista per passione e professione dal 2015. Mamma e moglie giramondo, che attualmente vive a Londra. Lettrice a tempo pieno. Amo l'arte, il cinema, i libri e il calcio.

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