martedì , 18 dicembre 2018
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Silvia Leveroni Calvi_Cielo, 2018

Le raffinate astrazioni di Silvia Leveroni Calvi in mostra a Torino

Prosegue sino al 13 ottobre Il soffio del silenzio sulla terra, seconda mostra personale di Silvia Leveroni Calvi presso la galleria Febo e Dafne di Torino.

Si può parlare di astrazione emotiva nella ricerca di Silvia Leveroni Calvi. Se un personale uso del binomio “colore-materia” trasforma oggetti e paesaggi in forme primarie, la sua sensibilità è sublimata attraverso diverse chiavi interpretative: la metafora dei cancelli chiusi e arrugginiti, dei muri scrostati, delle sedie vuote diventa uno schermo su cui proiettare un delicato e rigoroso mondo interiore, quasi a proteggere un’intensità troppo accecante per essere direttamente e fissamente contemplata. A controcanto il paesaggio, privo di una precisa ambientazione e per questo universale, diventa cardine della sua ricerca e rifugio che consola. Due binari paralleli – il passare del Tempo e la forza salvifica della Natura – che intelligentemente l’artista alterna nella loro intensità emotiva ed espressiva. Il paesaggio naturale è consolazione dal senso di fragilità del tempo effimero, condizione verso la quale l’artista indulge con tenerezza, ma senza sentimentalismi.

Il suo processo artistico, pur nell’afflato emotivo, mantiene tecnicamente un codice preciso, che conferisce un elegante rigore formale ai suoi dipinti: Silvia risolve in senso cromatico-costruttivo la composizione pittorica, misurando la forza di ogni colore e bilanciando le superfici, nella consapevolezza dell’importanza dell’equilibrio di segni, linee, campiture.

Nella mostra Il soffio del silenzio sulla terra l’artista concentra le sue riflessioni sul tema del paesaggio. In queste tele dalle dimensioni ridotte esprime appieno, pur nella dimensione contenuta, l’essenza del suo fare arte: un astrattismo rigoroso, persino geometrico, e al contempo fortemente emozionale, poetico, che instaura con la Natura un rapporto viscerale e salvifico. Una scelta attenta di cromatismi dalle tonalità terree e metalliche (che ricordano per eleganza innata la pietra paesina e i suoi imprevedibili scenari naturali) ben argomenta la composizione, anche grazie ad una profonda consapevolezza del gesto e della materia, resa densa e corposa, e una originale reinterpretazione della tecnica della pittura a fresco su supporti mobili.

Cipressi, 2018

La conversazione avvenuta in occasione di questa sua seconda personale a Torino bene argomenta e motiva queste sue scelte.

Quali i tuoi inizi?

Quando avevo 6 anni ho disegnato un mazzo di tulipani rossi e mia nonna lo ha comprato. Questo è stato il mio inizio, un episodio gentile della mia infanzia che mi ha lasciato un sorriso. La pittura nel tempo si è rivelata sempre un rifugio personale. Ho una formazione scientifica, mi sono dedicata alla ricerca universitaria sulle scienze animali. Grazie al dottorato di ricerca ho potuto viaggiare, dalla Scozia all’Australia, alla Francia, e in particolare in Bretagna. Qui mi sono fermata e sposata. Durante i miei viaggi ho sempre continuato a disegnare, ho sempre con me uno sketchbook con i pastelli ad olio (che posso stendere con le dita): riproducevo i paesaggi che incontravo, un vero carnet de voyage. A Rennes ho avuto occasione di aprire un atelier.

Un passo decisivo…

Ho avuto coraggio perché ho iniziato, timidamente, esponendo in un centro culturale cittadino, dove le risposte sono state da subito positive. In quel momento ho avuto uno scatto, ho preso la decisione di dedicarmi alla pittura completamente, aprendo uno spazio mio: l’arte mi dava la prova che potevo creare qualche cosa con le mie mani. La ricerca scientifica è interessante ma sperimentale e non mi dava questa sensazione creativa. L’arte al contrario è creazione pura, è una continua ricerca permanente su se stessi e del percorso che si intende seguire. Ho iniziato dipingendo paesaggi.

Cosa rappresenta il paesaggio per te?

Il paesaggio può essere letto come consolazione dell’anima. Io mi vedo riflessa in esso, nelle tonalità che rimangano sempre le stesse nella mia tavolozza. Posso rispecchiarmi in ciascuno dei miei dipinti, sono quasi autoritratti sub specie naturae. Dai pastelli a olio su carta sono passata alla tela con un tecnica che è utilizzata per l’affresco. Nascondo la trama della tela con uno strato di gesso, poi utilizzo pigmenti minerali con una polvere di caolino, gesso e marmo: mescolati con acqua e olio di cartame danno un pasta che può “intonacare” la tela.

Perché questa scelta così materica?

Volevo dare la possibilità di toccare, è una pittura creata con le mani, talvolta con la spatola, ma soprattutto con le mani, e come tale vorrei che fosse fruita: è un pittura tattile, che deve dare nel gesto di sfioro un senso di appagamento, una piacevolezza dei sensi.

Parliamo del gesto pittorico: hai assorbito le modalità della pittura informale (penso ai Gutai e alle avanguardie del Secondo Dopoguerra)…

La parte tattile è nodale nella mia ricerca, il rapporto con la tela è fondamentale, il pennello è un prolungamento artificioso della mano che non sento mio e non mi appartiene. La materia che utilizzo, in forza del fatto che è pigmento, calce e gesso, cambia nel tempo sia per tonalità che per grado di intensità del colore. Devo preparare la materia mescolando i diversi pigmenti e ne osservo il cambiamento nel tempo, per capire come si dissolvono e mutano: è lo stesso processo dell’affresco, pur con le dovute differenze.

Quali sono gli altri tuoi temi d’indagine oltre al paesaggio?

Tra i miei leit motiv c’è la porta, perché dietro di essa ce ne sono sempre molte altre da aprire, così come i cancelli, che leggo come un’apertura, non una chiusura, verso un giardino fantastico. L’apparizione e la sparizione delle forme è un altro aspetto della mia ricerca: sono delle illuminazioni, dei flash che io ho pensando ai muri, al passaggio del tempo sulla superficie del muro. C’è stata anche una evoluzione personale su questo tema: la bellezza di osservare come il Tempo agisca su un oggetto fragile, una riscoperta di semplicità. Diventa importante la riflessione sulla fragilità delle cose: un muro decrepito in una qualunque città suscita in me un sentimento di tenerezza per tutto quello che è corruttibile, che è labile, quello che i giapponesi chiamano wabi – sabi (concezione estetica fondata sull’accettazione dell’impermanenza e dell’imperfezione delle cose, n.d.r.).  Il tema delle sedie vuote, ad esempio, l’assenza evocata, è un altro argomento che suscita in me un medesimo senso di tenerezza. Tutti temi che richiedono un linguaggio per sottrazione, un sussurro, un accenno sottile…

Non c’è mai la presenza umana.

No, ho limitato la presenza umana a qualche bozzetto, sono persone che mi hanno ispirato sentimenti di tenerezza: i miei nonni, la testa di bambino vietnamita che si addormenta sul suo lavoro…questi sono però lavori che realizzo per me. Sono quadri che identifico con persone che ho amato profondamente e come tali afferiscono a una mia dimensione privata.

Per gli artisti spesso è difficile individuare il momento in cui “fermarsi”. Quando un quadro è terminato?

Nei quadri devo rivedere la mia figura, me stessa: un quadro per me è finito quando mi riconosco in esso. Quando non arrivo non insisto, sfuggo da questa sofferenza di non ritrovare me stessa, prendo il bianco e copro il quadro in certi punti, lasciando visibili solo alcune parti: questo è quello che chiamo apparizioni e sparizioni. Lascio visibile solo quello che voglio sia visibile. Non tutto può essere mostrato. Per i pittori c’è spesso questo momento di difficoltà: al Centre Pompidou, osservando un quadro di un artista per me particolarmente significativo, Nicolas de Staël, ho pianto davanti ad uno dei suoi quadri…Era uno dei suoi ultimi lavori, Il Concerto: ho sentito fortissima la sua impossibilità di terminarlo. Ho compreso la sua frustrazione: in quei colpi di spatola, dati quasi con furore, avvertivo la dolorosa consapevolezza di un elemento mancante a completare la composizione. Avrei voluto dirgli di smetterla, di aggiungere del bianco e lasciare visibile solo quello poteva essere visibile. Quel quadro non finito deve avergli causato un’estrema sofferenza. A volte basta solo un segno, una riga per completare una composizione.

 

Di cosa tratta la tua ultima ricerca che presenti a Torino?

A Torino presento una trentina di bozzetti che ho realizzato con le mani. Avevo necessità di tornare a concentrare la mia energia sulla natura, sul paesaggio, soprattutto dopo un periodo in cui mi ero concentrata sul tema dei muri. Un andamento se vuoi sinusoidale: un artista deve essere riconoscibile per una sua omogeneità del lavoro e mi ritrovo, in questo momento, in una fase evolutiva che mi porta verso il paesaggio, mi riporta alla freschezza e alla semplicità del vivere simbiotico con la Natura. Per me la Natura è amica, non è malinconia ma è forza vitale sia negli aspetti visivi, che in quelli tattili e olfattivi. Una sensazione che mi consola e protegge, un’autenticità che si perde negli altri codici umani. Per me è normale abbracciare un albero, sentire l’odore delle foglie di ortensia, ascoltare un bosco…

Accosti spesso la parola poetica al tuo fare artistico.

Fa parte per il mio gusto per la poesia, leggo e rileggo gli autori a me cari; sovente, quando ho finito un quadro, mi sovvengono istintivamente dei versi. Anche i miei titoli sono narrativi e possono essere legati ai componimenti poetici: il collegamento però deve mantenere l’autenticità del momento, essere istintivo e immediato.

Sembra che la tua estrema sensibilità abbia trovato l’escamotage del paesaggio per potersi esprimere attraverso un filtro, per contenersi e al tempo stesso trovare una via di fuga dalla sofferenza, dal dolore insito nell’esistenza…

La parola dolore per me non deve esistere: sono consapevole che c’è, non posso negarlo, ma la sensibilità può trovare una via d’uscita attraverso la creatività; per me questa via di fuga è la freschezza della mente e del gesto, parola che per me racchiude tutto, l’amore, la semplicità, l’autenticità…

La purezza?

Sì, purezza è la risposta.

 

Per info

Silvia Leveroni Calvi_ Il soffio del silenzio sulla terra

Febo e Dafne

Via della Rocca 17 Torino

About Paola Stroppiana

Paola Stroppiana
Paola Stroppiana (Torino, 1974) è storica dell’arte, curatrice d’arte indipendente e organizzatrice di eventi. Si è laureata con lode in Storia dell’Arte Medioevale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, città dove ha gestito per più di dieci anni una galleria d'arte contemporanea. Collabora con diverse testate per cui scrive di arte e cultura. Si interessa a nuovi percorsi d’indagine come il gioiello d’artista e le ultime tendenze del collezionismo contemporaneo, argomenti sui quali ha tenuto conferenze presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, Il Museo Civico di Arte Antica e la Pinacoteca Agnelli di Torino, il Politecnico di Milano.

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