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venerdì , 20 ottobre 2017
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La videoteca GAM presenta Unisono di Giulio Paolini

Fino al 24 maggio sarà possibile ammirare alla videoteca GAM “Unisono”, il video dell’artista Giulio Paolini

Giulio Paolini
Giulio Paolini

Unisono è stato realizzato nel 1974 a Firenze, nello studio di produzione Art/tapes/22 di Maria Gloria Bicocchi.
Il video dura poco meno di un minuto e presenta 92 opere, realizzate da Paolini tra il 1960 e il 1974, esposte in una rapidissima sequenza: circa 8 al secondo.
Unisono risulta essere un coacervo di immagini che implode in un instante, istante che è uguale alla densità totale di quanto è in oggetto; un’opera singola pensata per essere mostrata in sé e per sé senza altri elementi linguistici.
Il susseguirsi frenetico delle opere va a coincidere con una dimensione temporale che tende allo zero; durata temporale che nell’ambito video, in quegli anni, sembrava la strada obbligata da perseguire.
Le singole immagini sono annientate dal ritmo sincopato senza che vi sia un inizio o una fine, una misura.
Paolini decide di non concedere nulla a quella potenzialità narrativa che il nuovo mezzo tecnico offre o addirittura impone: comprime nell’identità nominale di questa forma d’arte quanto è a sua disposizione, ma senza raccontarlo.

Un elemento sostanziale di Unisono è sicuramente il montaggio; montaggio che venne realizzato dall’artista Bill Viola, oggi uno dei più grandi artisti della video art. Probabilmente solo Bill Viola poteva assistere Paolini nella creazione di questo capolavoro video.
Le immagini appaiono allineate in modo che il centro ottico, chiave di volta dell’immagine prospettica, sia coincidente per tutte le fotografie consentendoci di vederle sul piano verticale dello schermo come una successione esatta.

Con Unisono possiamo sicuramente percepire una delle caratteristiche dell’artista Giulio Paolini: la diffidenza per le narrazioni di qualsiasi genere, sia pittoriche che cinematografiche. Per l’artista la pagina o il quadro sono porzioni di spazio la cui bellezza è data proprio dalla loro fissità. Opere immobili atte ad essere contemplate e non consumate.
Ad accomunare tutto il lavoro artistico è un codice che non può essere decifrabile, un codice senza cifra. Non è preoccupazione dell’artista spiegare le cose in senso convincente o rigoroso, si può procedere per allusioni o allucinazione, “una soluzione non c’è, perché non è bello che ci sia” come spiega lo stesso Paolini.

Giulio Paolini nasce nel 1940 a Genova, si trasferisce a Torino all’età di dodici anni. Nella città sabauda si diplomerà nel 1959 all’Istituto per le Arti Grafiche e Fotografiche.

Nel 1960 esordisce con l’opera Disegno Geometrico che rappresenta il manifesto della sua ricerca e produzione artistica: l’opera, una tela dipinta di bianco con una squadratura tracciata ad inchiostro, rappresenta il gesto che precede ogni forma di raffigurazione.

La prima occasione espositiva gli viene offerta nel 1961 con la partecipazione, nella sezione “Informativo-sperimentale”, al “XII Premio Lissone” dove presenta Senza titolo (1961).
Nel 1964, invitato da Gian Tomaso Liverani, titolare della galleria romana La Salita , Paolini realizza la sua prima personale. Insolita per il panorama artistico dell’epoca, l’esposizione si presenta con pannelli di legno appoggiati o sospesi alla parete, tanto da far pensare ad una mostra in allestimento.

Nella seconda metà degli anni sessanta la ricerca artistica di Paolini si consolida nei suoi assunti concettuali. L’annullamento dell’immagine nell’opera d’arte è al centro della sua filosofia. Paolini vuole guidare lo spettatore attraverso lo sviluppo creativo dell’opera, senza che ci si perda nell’aspetto estetico di quest’ultima. La sua si rivela essere una posizione di completa autonomia rispetto all’effervescente clima dominante dell’epoca.

Dal 1965 Paolini introduce la fotografia come elemento delle sue opere, ma non è mai egli stesso a scattarle. Con Delfo, fotografia su tela emulsionata che ritrae l’autore, a braccia conserte, dietro una finestra (il telaio della finestra è lo stesso su cui è montata la fotografia), Paolini rappresenta l’artista come creatore e primo spettatore dell’opera. Opera che non è un oggetto, ma l’idea del progetto artistico.

Quest’ultimo concetto permea tutta l’opera degli anni ’70. In questi anni Paolini affronta la tematica della copia citando opere di grandi artisti del passato: il suo scopo è di estrapolare dettagli sui quali lo spettatore, distratto dalla integrità estetica dell’opera, non si sofferma.
Il percorso dagli ’80 ad oggi vede Paolini rivolgere la sua attenzione all’allestimento. L’allestimento è per l’artista il momento topico del processo creativo. Perché allo spettatore arrivi il messaggio corretto è necessario organizzare lo spazio espositivo con adeguato criterio.

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