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sabato , 26 maggio 2018
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Domenico Dell'Osso al lavoro
Domenico Dell'Osso al lavoro

Domenico Dell’Osso fino al midollo

Domenico Dell’Osso ha imparato a conoscersi grazie ai suoi quadri, usando la pittura – e prima ancora il disegno – come una terapia.

Prima di realizzare un nuovo dipinto non ha mai un’idea precisa. Si mette davanti alla tela vuota con la sensazione che resta dopo aver fatto un sogno: allegria, tristezza, angoscia… La respirazione, il training autogeno, l’ascolto di musiche composte da lui stesso fanno il resto. Dell’Osso alimenta scientemente lo stato d’animo che prova fino a ritrovarcisi immerso. Solo allora inizia a dipingere. “Se realizzassi un’opera partendo da un’idea che ho già, si tratterebbe di un progetto ‘limitato’, che non mi permetterebbe di fare un passo ulteriore nella conoscenza – spiega l’artista -. Io mi approccio alla tela senza sapere cosa succederà. Così scopro cose che sono nel mio inconscio, ancora non elaborate a livello razionale. E scopro anche me stesso”.

Domenico Dell'Osso al lavoro
Domenico Dell’Osso al lavoro

Sei un autodidatta, si potrebbe dire un artista nato. Da dove è partito tutto?

“Io nasco con una dote – chiamiamola così – quella di saper disegnare. I miei genitori non mi hanno detto come avrei dovuto fare. Da subito, spontaneamente, ho utilizzato entrambe le mani. Vedendo che andava bene così, non mi hanno mai corretto. I limiti ce li poniamo noi. Non sono mancino. Come chi suona il pianoforte, gli ‘assoli’ li faccio con la destra, l’accompagnamento con la sinistra.”

Come mai usi i colori acrilici per realizzare le tue opere?

“A 13 anni mio padre, vedendo che ero diventato abbastanza bravo nel disegno, mi volle comprare dei colori. Andammo in una Ferramenta perché a Ginosa, dove sono nato, non c’erano negozi di belle arti. Il negoziante disse che potevo iniziare con degli acrilici per pitturazioni di interni ed esterni, barattoli da un chilo. Ho iniziato così e sono rimasto legato a questi colori che normalmente si usano nell’edilizia.”

I tuoi quadri sembrano delle stampe. Come mai aggiungi questo ‘effetto lucido’?

“Tutti gli artisti rappresentano nelle loro opere un’immagine che hanno dentro di sé, ciascuno tramite i propri mezzi, chi con la pittura chi con la scultura. Sulla tela si notano le pennellate e io questo lo vedo come un limite. Per questo cerco di trovare dei tagli netti, delle curve perfette. L’effetto lucido mi serve per allontanarmi ancora di più dall’idea del dipinto. Non voglio che le mie opere svelino la tela che c’è sotto perché nel mio immaginario, quando stavo costruendo l’opera, della tela non c’era traccia.”

Hai mai pensato che la tela potrebbe non essere il supporto giusto?

“È una questione tecnica. Ci sono degli aspetti che la rendono indispensabile: quando fai delle stesure o delle sfumature, il colore si aggrappa e si incastra nella trama della tela. Se dipingessi su vetro, per esempio, non riuscirei a ottenere lo stesso effetto. Se però trovassi un materiale diverso per esprimere quello che sento lo userei. Forse anche per questa disponibilità a cambiare supporto, non mi sento un artista ‘tradizionale’. Disegno fin da quando ero piccolo perché è sempre stato il mio modo per esprimermi. Nella mia vita non ho solo esposto in gallerie e partecipato a concorsi artistici. Ho anche fatto copertine di dischi, per ‘Museica’ di Caparezza e per Universal Music, e ora sto lavorando a dei cartoni animati tratti dalle mie opere perché un mio dipinto può diventare anche altro.”

Domenico Dell'Osso, "Museica" (acrilico su tela, cm. 100x100)
Domenico Dell’Osso, “Museica” (acrilico su tela, cm. 100×100)

Le tue opere hanno un che di fumettistico, in effetti…

“Molti miei quadri sono quasi delle vignette senza parole. C’è un personaggio ricorrente, l’omino, che dovrei essere io, ma che in realtà rappresenta tutti. Quasi sempre lo raffiguro di spalle perché ognuno possa immedesimarsi nelle sue disavventure. Il limite del dipinto è che tu metti su tela un’idea, un’immagine, ma l’immagine nella mia testa è in movimento dunque io completerei le mie opere creando delle scene, creando un mondo… Un tempo si poteva raffigurare un’idea solo in modo statico, oggi, con le nuove tecnologie, un mio dipinto può diventare anche un videogioco. I cartoni animati sono un esperimento che sto portando avanti sui social: metto insieme in un video due-tre dipinti fatti nello stesso periodo. Prima ancora li osservo, cerco di capire come mai ho utilizzato scene simili in dipinti diversi, che significato ha questo per me. Di solito un’opera da sola non fa capire tanto, una successione invece racconta una storia. Quando ne capisco il senso, do un titolo all’opera. In passato i miei dipinti raffiguravano degli errori, dei modi sbagliati di compiere un’azione. Osservandoli capivo alcuni miei comportamenti e nel titolo inserivo la ‘correzione’. Come in ‘Per vincere ci vogliono le palle’, che raffigura un omino a mani vuote davanti a un canestro. Un titolo ironico che nasconde un significato più profondo.”

Domenico Dell'Osso, "Per vincere ci vogliono le palle" (acrilico su tela, cm. 35x45)
Domenico Dell’Osso, “Per vincere ci vogliono le palle” (acrilico su tela, cm. 35×45)

C’è un’evoluzione nel modo in cui raffiguri l’omino, prima tozzo poi slanciato. Come mai?

“È vero, quello che li accomuna sono le situazioni difficoltose in cui li inserisco. Parlando con la gente mi sono reso conto che raffiguravo quelli che credevo fossero i miei limiti, le mie paure. In realtà sono le paure di tutti e non li chiamo nemmeno più limiti: la vita è fatta così. A un certo punto mi sono accorto di essere cresciuto perché non sentivo più l’esigenza di inserire l’omino tozzo nei miei dipinti, li vedevo completi senza di lui. Dipingendo per inconscio, se non sento di raffigurare qualcosa è perché non fa più parte di me. Sono venute fuori alcune opere senza questo personaggio, ma ero insoddisfatto. Ho aggiunto poi una nuova figura, questo omino slanciato. Per un periodo i due hanno coabitato nei miei dipinti. Poi il ciclo si è concluso e l’omino tozzo è definitivamente sparito. Ho capito che il piccolo faceva parte del grande, come si nota bene in quest’opera, ‘La mia casa sono io’.

Domenico Dell'Osso, "La mia casa sono io" (acrilico su tela, cm. 35x45)
Domenico Dell’Osso, “La mia casa sono io” (acrilico su tela, cm. 35×45)

Sono andato via di casa presto, sono stato a Milano, Pesaro, Roma, vivo a Matera da 10 anni… non mi sentivo a casa da nessuna parte. Poi ho capito che non è una cosa solo mia. L’arte mi ha aiutato a confrontarmi con la gente. Pensavo che gli altri fossero perfetti. Quando ho capito però che nessuno ha certezze, ho capito anche che casa è dove sono io.”

Cosa intendi per pittura inconscia?

“Da ragazzo non credevo in me stesso però ho sempre creduto in quello che facevo. Vedo l’arte come qualcosa di sacro, tanto da abbandonarmici, da non imporre a me stesso un’idea, ma farla fluire in modo inconscio. Ciascuno di noi assimila tutto quello che gli arriva, un artista nell’esprimersi può decidere cosa utilizzare e cosa no. Ma se dipingi a livello inconscio usi le cose che vuoi e quelle che non vuoi mostrare di te. Sei molto più vero. I critici hanno sempre visto in me questa forza. Io mi esprimo d’istinto, è come se non fossi solamente io a dipingere, ma consultassi tutte le persone che ho incontrato nella vita. Di solito dipingo di notte perché so che non c’è nessuno in giro, non mi squillerà il telefono e non avrò distrazioni. Utilizzo delle pratiche tutte mie per estraniarmi: parto con la respirazione, faccio training autogeno, ascolto delle musiche create da me. La sola cosa che decido prima di realizzare un’opera è come mi sento. In base a questo alimento le mie sensazioni con le frequenze giuste. Se sono malinconico, riguardo foto di amici del passato, magari chiamo una mia ex e le chiedo scusa. Mi emoziono, esagero le mie sensazioni. Un po’ come davanti a un film… è fatto di immagini, dialoghi, musica, lo guardi e ti commuovi. Io mi creo un film partendo dalla mia vita.”

Sei anche musicista?

“Sono musicista come sono pittore. Creo delle frequenze, non si tratta proprio di musica. Immagina un pianoforte, c’è una nota grave e una acuta, se la vuoi intermedia vai al centro. Nella pittura c’è il colore scuro e il colore chiaro, se ne vuoi uno mediano li mescoli. I colori tra il nero e il bianco sono come le scale musicali, variazioni. Prendi il rosso: lo utilizziamo nei segnali stradali, le cose rosse di solito sono pericolose, gli animali che diventano rossi sono in fase di attacco. Il nero è collegato magari alla morte, fa paura. Il bianco al sole, alla luce. Mescolando tra loro i colori, puoi rappresentare migliaia di emozioni. In ‘Ci sono domande che non hanno risposte’, per esempio, c’è il fuoco e quindi il rosso, c’è il mare in tempesta che è piuttosto scuro. L’omino è in una situazione di pericolo e di stallo. Non può fare nulla: o si butta in mare e affoga o resta fermo e affronta l’incendio.

Domenico Dell'Osso, "Ci sono domande che non hanno risposte" (acrilico su tela, cm. 35x45)
Domenico Dell’Osso, “Ci sono domande che non hanno risposte” (acrilico su tela, cm. 35×45)

I colori dicono molto. In quest’altro esempio l’omino è chiaro, vestito di nuvole. Potrebbe spiccare il volo. La sua razionalità però lo tiene attaccato alla casa, non a caso scura.”

Domenico Dell'Osso, "Riflettere" (acrilico su tela, cm. 35x45)
Domenico Dell’Osso, “Riflettere” (acrilico su tela, cm. 35×45)

Quanto è importante per te che alla gente arrivi il senso del tuo lavoro?

“L’arte è per tutti. Un taglio sulla tela di Lucio Fontana può significare qualunque cosa. Per capire se si tratta di un’opera d’arte o di una tela rotta vicino a un cassonetto, io devo poter parlare con l’autore. I critici, le gallerie hanno sempre cercato di fare da tramite tra l’artista e la gente. Io ho uno spazio a Matera (la Dell’Osso Art Gallery, nda) ma, se la intendessi solo come una vetrina per vendere i miei lavori, potrei farne a meno. Per alcuni è limitante e abbassa il livello avere un proprio spazio. Io la vedo diversamente. A me piace parlare con la gente, imparo sempre qualcosa di nuovo. Non si può spiegare un’opera però posso spiegare quello che ho capito del perché l’ho realizzata. Siamo stati abituati al fatto che l’artista non deve comparire, ma gli artisti con la ‘a’ maiuscola hanno saputo trasformarsi in testimonial di se stessi. Prendi Andy Warhol o contemporanei come Jeff Koons e Damien Hirst. Possono permettersi di esporre alla Reggia di Versailles e al contempo vendere gadget in rete. Io con il cartone animato e i social ho raggiunto anche le nuove generazioni. Alcuni portano sulla propria pelle le mie opere sottoforma di tatuaggio.”

Come ti fa sentire questa cosa?

“Pian piano mi sto abituando all’idea. Ci sono stati anche bambini che hanno visto il mio omino e lo hanno voluto sulla torta di compleanno e magari il pasticciere, dovendo riprodurre l’opera partendo da una foto, l’ha fatta anche male… C’è poi un mio dipinto che raffigura un pene, legato a un discorso di energia. Parla della vita, con lo sperma che esce e va in circolo nell’universo. Aveva questo significato, doveva rimandare alla creazione, all’origine di tutto. Questo dipinto è stato comprato da un’attrice e ora fa parte della collezione privata di Rocco Siffredi. Lui mi ha anche chiamato, voleva sapere se potevo farlo più grande. Gli ho detto di no. Ecco, in questo caso, l’associazione con Siffredi ha finito col modificare il senso del mio dipinto. Siccome lui ha più visibilità di quella che ho io, è diventato per tutti un cazzo.

Domenico Dell'Osso, "A mia immagine e somiglianza" (acrilico su tela, cm. 35x45)
Domenico Dell’Osso, “A mia immagine e somiglianza” (acrilico su tela, cm. 35×45)

La paura del successo sta tutta qui: io posso mostrare qualcosa, ma la gente la interpreta a suo piacimento. Si dovrebbe avere poi un microfono con un’amplificazione più potente per imporsi sulla voce degli altri. È dura fregarsene di qualcosa che è tuo. All’inizio la cosa dei tatuaggi mi spaventava tantissimo. Ho sempre avuto paura della notorietà perché ti fa perdere il controllo, ma nella vita non c’è rosa senza spine. Le parole con cui gli artisti devono confrontarsi tutta la vita sono ‘mostra’ – che se ci pensi significa ‘mettersi in mostra’ – e ‘critico’. Bisogna esporsi alla critica. Se vuole il successo, l’artista non può aver paura di mostrare qualunque cosa di sé, anche i difetti. Se non ho raggiunto una notorietà maggiore è perché mi sono posto dei limiti. Come in questo dipinto: c’è un omino che vuole prendere le stelle… Diciamo sempre che sarebbe bellissimo volare, ma volare è la cosa che fa più paura. Con il successo è lo stesso.”

Domenico Dell'Osso, "Per raggiungere obiettivi più alti non bisogna aver paura di volare" (acrilico su tela, cm. 35x45)
Domenico Dell’Osso, “Per raggiungere obiettivi più alti non bisogna aver paura di volare” (acrilico su tela, cm. 35×45)

BIOGRAFIA ESSENZIALE

Domenico Dell’Osso è un artista prolifico e sorprendente. Nel 2011, su “Inside Art”, Igor Zanti lo ha definito il “capostipite dei pop surrealisti italiani”. Nato nel 1975, ha iniziato a dipingere nel 1991, mentre la sua prima esposizione risale al 1993. Dopo aver vissuto e lavorato tra Puglia, Basilicata e Lombardia, oggi ha un laboratorio artistico nel centro storico di Matera, la “Dell’Osso Art Gallery”. Detiene un primato: negli anni dal 2006 al 2009 è stato finalista o vincitore nei maggiori premi artistici nazionali. Tra collettive e personali, Dell’Osso ha preso parte a più di 40 mostre. Articoli e recensioni su di lui si trovano su alcune delle più importanti riviste di settore, tra cui “Flash Art”, “Arte Mondadori”, “NY Arts Magazine”, “Artecontemporanea”, “Quadri e Sculture”. 

www.dellosso.it

About Sabrina Colandrea

Sabrina Colandrea
Giornalista professionista materana, classe 1986, ho vissuto, studiato e lavorato a Pisa, Genova, Torino e Roma. Dal 2013 ho scritto soprattutto di cultura, arte e spettacolo per Mentelocale, La Repubblica Torino, Uncò Mag, Goa Magazine, Il Quotidiano della Basilicata. Ho all’attivo una serie infinita di stage, degni di nota e zuppi di sudore i due mesi a Rainews24 e i tre mesi nell’ufficio stampa e relazioni esterne dell’Università di Torino. Dopo un’esperienza nella redazione del talk show “Avanti il prossimo” su TV2000, ho lavorato come videomaker freelance. Con Canale Arte torno al mio primo amore, la parola scritta.

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