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Giuseppe Maria Comazzi. Frammenti d’Amicizia

Giuseppe Maria Comazzi, Frammenti d'Amicizia
Giuseppe Maria Comazzi, Frammenti d’Amicizia

Inaugura giovedì 28 aprile la mostra “Frammenti d’Amicizia” del fotografo Giuseppe Maria Comazzi, quarto appuntamento di “Doppia Nicchia” lo spazio dedicato all’arte contemporanea del Barbagusto. Con una presentazione critica di Pino Mantovani, che qui riportiamo insieme ad un testo dello stesso Giuseppe Maria Comazzi.

Giuseppe Maria Comazzi è nato a Lecce il 9 Marzo 1954, diplomato al Liceo Artistico di Torino, vive e lavora a Torino.
Fa le sue prime esperienze fotografiche nel 1977 con la lavorazione del film “Anni duri alla Fiat” del regista Gian Vittorio Baldi.
Negli anni tra l’80 e il 96 realizza servizi sugli spettacoli della Compagnia di Teatro Danza
“SUTKI” diretta da Anna Sagna, sia sul territorio nazionale che nelle tournée di Germania, Cecoslovacchia, Ungheria, Irlanda e Jugoslavia.
Nel 1990 Giuseppe Maria Comazzi prende parte alla lavorazione degli “Ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus, messo in scena al Lingotto di Torino per la Regia di Luca Ronconi.
Nel 1990 prende parte alla produzione di Nevio Boni e Luciana Piccardi del documentario “Africa paese mio” sul Lago Turkana” (Kenya nord-occidentale), andata in onda il 24 Marzo 1993 sul programma di RAI 3 “Geo”. Collaboratore del filmato era l’antropologo Alberto Salza.
Ha partecipato nell’Ottobre 2002 alla IV EDIZIONE DELLA BIENNALE D’ARTE E VINO a Piobesi d’Alba nella Tenuta Carretta grazie alla sincera amicizia di
Ha esposto “VOLTI SOVRANI”, una personale presentata da Pino Mantovani all’ENOTECA “Al Sorij” nell’Ottobre 2005.
Giuseppe Maria Comazzi ha fotografato e lavorato e fotografato per gli artisti Sandro De Alexandris, Antonio Calderara, Marco Gastini, Gilberto Zorio, Serghej Potapenko, Francesco Lauretta, Giuseppe Armenia, Horiki Katsutomi, Luigi Gorza, Marina Sasso, Arrigo Lora Totino, Pino Mantovani, Luigi Mainolfi, Ermanno Barovero, Laura Avandoglio, Giuseppe Graneris, Dudi D’Agostini, Carlo Giuliano, Nino Aimone, Francesco Casorati.

Chi utilizza un linguaggio figurativo a volte sottintende quello che Van Eyck dichiara in estrema sintesi nel ritratto dei Coniugi Arnolfini: io sono qui, quello che state vedendo io per primo l’ho visto, e ne sono stato coinvolto come vorrei foste voi, chiamati ad assistere e condividere. La fotografia in particolare aggredisce i dati reali e ne registra l’evidenza, che non di rado sfugge all’osservazione normale: luogo, cosa, persona e altro, estratti (non astratti) dal flusso dell’esistente, sono consegnati ad una laicissima flagrante Verità. Ciò non viene contraddetto, anzi! se l’immagine è pensata e assestata prima dello scatto, inquadrata, infine sapientemente messa a punto in fase di stampa. Giuseppe Maria Comazzi, in un luogo non dedicato all’esporre ma che frequenta con amici (l’umana relazione mi pare centrale nella sua vita), vuole esemplificare attraverso una meditatissima scelta come funzioni l’occhio oggettivo sostenuto da una tecnica altamente professionale, e soprattutto dimostrare, nell’analogico e nel digitale, il carattere della sua analisi intimamente spietatamente compromessa, in ispecie quando si applichi ai volti più noti. “Frammenti di amicizia”, che è il titolo scelto per questa rara occasione, mi richiama Roland Barthes, l’autore de “La camera chiara” e di “Frammenti di un dscorso amoroso”. Sull’amicizia, citando Bataille, precisa di seguito lo stesso Giuseppe Maria Comazzi.
(Pino Mantovani)

Giuseppe Maria Comazzi scrive:
“Queste due fotografie simbolo di una esistenza in mezzo a un cosmo sconosciuto e instabile sono il senso della mia ricerca, ricerca fotografica, esistenziale, questo è il profumo per la nascita di questo evento. Un evento senza tempo dove si sta insieme si beve, mangia e discute. L’amicizia è il centro della mia esistenza: riempimento di vuoti, conoscenza, mutuo soccorso, eccitazione, partecipazione, studio, ozio, litigio, apertura, alterità, festa, riso.
Quanti lemmi possono definire l’amicizia. Eppure essa mi appare come un casuale privilegio accordato a ciò che ti rende partecipe e ti affascina. Non credo sia solo simpatia oppure comunanza di interessi. Credo piuttosto sia qualcosa che travalica la razionalità del vivere, anche se può avere a che fare con essa. Ma la caratteristica principale che le attribuisco, oltre ad essere simile al linguaggio poetico, è quella della selezione, della scelta senza motivazioni ma importante, privilegiata. Una scelta che esclude un mondo per accoglierne un altro più limitato, essenziale e consono a quella che io definisco l’assurdità dell’esistenza, dove quasi tutto è lecito perché è sovrano nell’accezione batailliana del termine. Scrive Bataille: “Un sentimento di festa, di licenza e di piacere puerile – indiavolato – determina i miei rapporti con loro. Solo un essere “sovrano” può conoscere uno stato di estasi – se l’estasi non è una rivelazione accordata dall’aldilà. La sola rivelazione che io abbia conosciuto e che si leghi all’estasi è la rivelazione completa, ingenua, dell’uomo ai suoi stessi occhi. Tutto ciò suppone una lubricità e una cattiveria che non possono essere frenate dalla moralità – ma anche una felice amicizia per tutto ciò che è naturalmente cattivo, lubrico. Solo l’uomo è legge per l’uomo a partire dal momento in cui vuol mettersi a nudo davanti a se stesso”.
Spesso e volentieri ho meditato se nell’amicizia ci fosse quella sacralità profonda di cui la maggioranza delle persone parla quando la scambia con la paura della solitudine e mi sono accorto che essa non è gerarchica, eterna, sublime ecc…tutti termini legati alla necessità ma mi si rivela come la calma capacità della mia rotondità, come un calmo stare insieme con se stessi e gli altri, condita da una trasgressiva ironia.
Ho sempre detto in fondo che fotografo solo ciò che amo. In realtà questa proposizione è un paradosso che esalta l’incomunicabile soggettività che incomincia a identificarsi nel rapporto con gli altri.
Quella parte di fotografia che m’interessa più profondamente che è il ritratto o un suo surrogato, esprime frammenti di amicizia tentata, vissuta, vivente, il cui senso spesso destino allo scatto fotografico, non solo perché ho l’illusione di fermare il mondo, ma soprattutto di certificarlo di inverarlo quasi volessi distruggere il dubbio di non essere esistito.
Di non essere esistito fuori dal tempo perché chi riconosce il tempo riconosce la sua struttura razionale, utilitaristica, quanto meno come una delle tante possibilità che l’immaginazione può fornirgli. Ecco che l’amicizia incomincia a profilarsi come frammenti di tempo interiore, tempo indiavolato, dicevamo, sovrano, trasferito su un supporto attraverso una tecnica, quella fotografica, che invece ha che fare con il tempo dell’immaginazione che progetta un’ipotesi d’immagine su un vissuto. Ma questa immaginazione è filtrata attraverso la macchina e la macchina è azionata dagli stimoli cerebrali e culturali dell’operatore; mediazione di mediazione. A furia di mediazioni abbiamo spinto la registrazione di momenti passionali a momenti impersonali: Questa è l’ironia, il gioco che la necessità immette all’interno del tempo dell’amicizia, della sovranità. Ora si può percepire perché il linguaggio poetico è crisi, ferita, mancanza, assenza.
Gioco spericolato il mio, è azzardo a dire, comprensibile, forse solo a me stesso, ma pur sempre stimolatore di altre realtà negli occhi di chi vede.
Gioco felice, incosciente di bimbo….senza senso, capriccioso…nichilista. Ma negli Aprèslude di Gottfried Benn alcuni versi dicono: è forse il nichilismo un senso di felicità.
Queste due immagini sono state realizzate in tempi diversi, in modi diversi, con tecniche diverse e non sono solo frammenti di tempi diversi. Queste due immagini rappresentano due mondi diversi, da me vissuti, sono una cesoia, di come il tempo e la tecnologia mi hanno cambiato. Per il tempo vissuto il cambiamento è ovvio, ma per la tecnica esso lascia spazio solo alla poesia del vissuto,
Per me e solo per me c’è un senso. Non c’è nessun senso in questo modo tecnico del dire, se non viverlo. La mia fotografia è un modo di documentare la soggettività di un vissuto con la possibilità che altri possano riconoscerla per modi che io non ho mai pensato. Chi vede, interpreta.. La mia fotografia non dice niente se non il mio interesse per l’esistenza che sto vivendo, pura soggettività, altra soggettività di chi vede. La sua crittografia è legata semplicemente al mio esistere. Perché presentarla allora? Perché essa è lo stato della mia esaltazione di un momento non gerarchico dell’amicizia, ma temporale del mio vissuto, il mio documento la mia presenza in un tempo vicino a persone che mi interessano e di cui ho curiosità. Presenza pura. Ma la tecnica che la crea è il vuoto di una coscienza che alcuni filosofi chiamano nichilismo. Rimangono solo le mie fotografie a testimoniare di frammenti di amicizia Vissuta. Buona piccola, ma intensa visione!!” Giuseppe Maria Comazzi

Frammenti d’Amicizia
di Giuseppe Maria Comazzi
“Barbagusto”
a cura di Ivan Fassio
Testi di Giuseppe Maria Comazzi, Ivan Fassio, Pino Mantovani
Via Belfiore, 36 – Tel. 0112760233
Mer-Ven: 8,00-23,00
Sab-Dom: 15,00-23,00
http://www.barbagusto.it/
28 Aprile/22 Maggio
Giuseppe Maria Comazzi
Inaugurazione 28 Aprile 2016

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